La persona affetta da questo disturbo, teme di uscire non accompagnata;
evita i luoghi chiusi o quelli troppo aperti o affollati; ha difficoltà a
guidare l'automobile o ad utilizzare mezzi pubblici; evita autostrade
o superstrade o gallerie. Se gli attacchi si susseguono, la paura aumenta
e le uscite possono avvenire solo con un accompagnatore fidato. Evita
le situazioni dove, in caso di attacco, il soccorso sarebbe difficile
o imbarazzante per la presenza di estranei. I luoghi dove si sono già verificati
attacchi diventano proibiti. In questo modo si rinuncia ad una vita normale
ed autonoma.
L'alcool è la sostanza d'abuso più diffusa nella società occidentale,
che ne tollera e spesso ne incoraggia l'uso quotidiano associandolo con
una immagine di classe e di glamour. Il consumo eccessivo provoca gravi
alterazioni nell'intero organismo (danni cerebrali, neuropatie periferiche,
cirrosi epatica, ulcere gastroduodenali). Spesso le persone abusano di
alcool per la presenza di disturbi mentali, ad esempio depressione o
ansia, nella ricerca di effetti euforizzanti in realtà sempre
fugaci. Nell'intossicazione acuta, dopo uno stadio iniziale di disinibizione
ed euforia, segue una fase depressiva con difficoltà a mantenere
l'equilibrio, abbassamento della temperatura corporea, perdita della
sensibilità, frequenti comportamenti aggressivi. Nei casi più gravi
si può arrivare al coma. L'iniziale sensazione positiva di euforia
e benessere e la riduzione delle capacità critiche che portano
a sottovalutare difficoltà e rischi, insieme alla minor efficienza
dei riflessi, sono causa frequente di incidenti stradali.
L'intervento terapeutico si avvale di ansiolitici, antiepilettici, fenotiazine
(clorpromazina) e disulfiram (terapia dell'attaccamento all'alcool), talvolta
in associazione a gruppi di sostegno psicologico quali l'Associazione Alcolisti
Anonimi e i Club Alcolisti in Trattamento (CAT). Questi ultimi rappresentano
un valido aiuto per coloro che hanno gravi danni, fisici e sociali, conseguenti
al loro trascorso da alcolisti e che per questo sono più motivati a
trovare una soluzione definitiva al loro problema.
L'anoressia nervosa (vedi anche Disturbi del
Comportamento Alimentare) è una condizione caratterizzata
dagli aspetti descritti.
Distorsione dell'immagine corporea e paura patologica
di ingrassare. La persona si sente grassa anche se è obiettivamente
sottopeso, oppure percepisce come "troppo grasse" alcune parti del proprio
corpo (in genere l'addome, le cosce, i glutei). Per dimagrire osserva
digiuni prolungati, cerca di sbarazzarsi del cibo ingerito (attraverso
il vomito e/o l'uso improprio di lassativi, enteroclismi o diuretici),
o intraprende un'attività fisica eccessiva. Il risultato è un
calo del peso corporeo al di sotto del livello minimo considerato normale
per l'età e la statura.
Eccessiva influenza del peso e della forma corporea
sui livelli di autostima. L'immagine distorta e negativa del proprio
corpo influenza negativamente i livelli di autostima, per cui la persona
prova sentimenti di incapacità e inadeguatezza, compensati solo
in parte dalle sensazioni positive derivanti dall'attuazione di un rigido
controllo della propria fame. Tali sentimenti possono spingere il soggetto
ad un progressivo isolamento sociale, favorito anche dalla necessità di
nascondere le abitudini alimentari incongrue.
Alterazioni organiche secondarie alla denutrizione.
La perdita di peso è spesso accompagnata da problemi fisici, derivanti
dall'inadeguata nutrizione. Il segno più caratteristico è la
scomparsa delle mestruazioni (o il ritardo della loro comparsa, nel caso
di ragazze in età prepubere). Possono essere presenti, inoltre,
demineralizzazione ossea, alterazioni cutanee, disturbi gastrointestinali,
danni muscolari. Nei casi molto gravi, può subentrare la morte per
turbe della funzionalità cardiaca.
Sindromi psichiatriche associate. Il quadro
psicopatologico si può complicare per la comparsa di sindromi depressive,
a volte con ideazione suicidaria, e disturbi d'ansia.
L'esordio avviene quasi sempre dopo una dieta intrapresa allo scopo di perdere
qualche chilo di troppo. Nelle fasi iniziali, la persona prova una sensazione
di euforia vittoriosa per il raggiungimento dell'obiettivo del dimagramento;
poi, col proseguire del calo ponderale, arriva un momento in cui la persona
perde completamente il controllo sulla propria alimentazione, e il dimagramento
prosegue senza alcuna possibilità di arrestarlo volontariamente.
Il decorso può essere limitato ad un singolo episodio di malattia o,
più frequentemente, è di tipo cronico con andamento continuo
o subcontinuo.
L'ansia è uno stato di attesa apprensiva, con anticipazione di
eventi negativi mal definiti, verso i quali il soggetto si sente indifeso
e impotente.
In condizioni normali, l'ansia costituisce una reazione di difesa dell'organismo
(correlata con l'istinto di conservazione), volta ad anticipare la percezione
del pericolo prima che questo sia chiaramente identificato. Essa è accompagnata
da un aumento della vigilanza e dall'attivazione di tutta una serie di meccanismi
fisiologici (fra i quali l'aumento della frequenza cardiaca, del respiro e
del tono della muscolatura), che predispongono l'organismo alla difesa o all'attacco.
E' un "sistema di allarme" fisiologico ed utile alla sopravvivenza della specie.
Quando questo meccanismo è mal regolato, l'ansia diventa una risposta,
sproporzionata o irrealistica, a preoccupazioni relative all'esistenza o all'ambiente
ed assume la connotazione di un vero disturbo mentale. In tal caso, invece
di favorire l'adattamento della persona all'ambiente, lo peggiora e rende necessario
un intervento terapeutico.
I disturbi d'ansia, in passato considerati fra le nevrosi, sono disturbi mentali
molto diffusi, che la moderna psichiatria comprende nelle seguenti categorie: disturbo
d'ansia generalizzata (vedi), disturbo
di panico (vedi), disturbo ossessivo-compulsivo (vedi), fobia
specifica (vedi), fobia sociale (vedi), disturbo
post-traumatico da stress (vedi)
La bulimia nervosa (vedi anche Disturbi del Comportamento
Alimentare) è una condizione caratterizzata dai
seguenti aspetti:
Frequenti abbuffate alimentari. La persona
prova, in vari momenti della sua giornata, un irresistibile desiderio
di cibo che sfocia in episodi di iperalimentazione incontrollata (abbuffate),
durante i quali ingerisce quantità massicce dei più svariati
alimenti ed ha la sensazione di non essere in grado di smettere di mangiare.
L'abbuffata può essere innescata da sensazioni di tensione, noia,
solitudine o tristezza. Essa termina perché la persona si sente
estremamente piena o nauseata o perché teme di essere scoperta
o perché ha esaurito le scorte di cibo. Anche se l'abbuffata può allentare
la tensione e gli altri sentimenti negativi che l'hanno scatenata, i
sentimenti di colpa che assalgono la persona dopo l'episodio di iperalimentazione
sono tali da generare nuova ansia e tensione che, a loro volta, possono
portare ad una nuova abbuffata.
Ricorrenti e inappropriati comportamenti di compenso.
La persona tenta di mitigare gli effetti ingrassanti del cibo ingerito
durante le abbuffate, mettendo in atto uno o più dei seguenti comportamenti:
1-vomito autoindotto; 2-uso improprio di purganti; 3-lunghi periodi di
digiuno; 4-uso di farmaci ad effetto anoressizzante o dimagrante (estratti
di tiroide); 5- esercizio fisico eccessivo.
Eccessiva influenza del peso e della forma corporea
sui livelli di autostima. Analogamente alle persone anoressiche,
anche quelle bulimiche sono eccessivamente preoccupate per la forma e il
peso del loro corpo e hanno una distorta immagine di sé che influenza
negativamente i livelli di autostima. Frequenti sono, quindi, i sentimenti
di incapacità e inadeguatezza.
Sindromi psichiatriche associate. Frequentemente
il quadro bulimico coesiste con disturbi depressivi e ansiosi. In diversi
casi si instaura abuso di alcool e/o di altre sostanze.
Diversamente dalle persone anoressiche, le bulimiche hanno un peso normale
o sono lievemente sovrappeso. Inoltre, le conseguenze organiche dell'alterato
comportamento alimentare non sono, in genere, così gravi come nell'anoressia
nervosa.
La cannabis è la più diffusa tra la sostanze d'abuso illecite.
Considerata una "droga ricreativa", produce, per assunzione saltuaria,
una varietà di effetti, tra i quali euforia, rilassamento e una
lieve disinibizione del comportamento. Determina inoltre un rallentamento
del tempo di reazione, un peggior controllo sui movimenti ed un deficit
nell'attenzione, nella memoria e nelle associazioni tra le idee. Può dar
luogo a dipendenza con una sindrome da astinenza lieve ma ben riconoscibile.
Nell'assunzione cronica si possono verificare mutamenti nella personalità,
con perdita di progettualità e di motivazione al raggiungimento
degli obbiettivi (sindrome amotivazionale). Questo tipo di effetti è in
genere dose-dipendente: si può verificare in chiunque
assuma dosaggi elevati per tempi lunghi e in soggetti predisposti, anche
per piccoli dosaggi.
Talvolta l'assunzione si complica con l'attivazione di sintomi psicotici: in
quel caso si ha l'impressione di essere osservati dagli altri, si hanno allucinazioni
sia uditive, sia visive fugaci e transitorie. Possono poi comparire attacchi
di panico, con ansia, paura di morire o esperienze di depersonalizzazione e
derealizzazione (senso di irrealtà della propria persona e del mondo
esterno). Possono inoltre presentarsi brevi episodi depressivi con elevato
rischio di suicidio.
In assenza di farmaci specifici, il trattamento dei disturbi da uso continuato, è basato
sull'interruzione del consumo, seguita di regola dalla remissione graduale
dei sintomi. In questa fase può essere indicato un programma psicoterapeutico
volto a fornire al soggetto le chiavi interpretative del proprio malessere
e a suggerire modelli di comportamento alternativi al ricorso alle sostanze.
La cocaina, una delle sostanze più antiche e
diffuse nella popolazione mondiale, può essere masticata, bevuta,
inalata, fumata ed iniettata in vena. La maggior parte degli effetti
della sostanza è legata alla sua azione stimolante sull'attività della
dopamina a livello del sistema nervoso centrale. All'inizio si determina
uno stato di esaltazione estremamente piacevole: aumentano la fiducia
in se stessi e la volontà di lavorare, diminuiscono i problemi
esistenziali, ci si sente euforici. Questa sensazione viene percepita
come un "rush" (intensa e transitoria sensazione di piacere) che dura
alcuni secondi ed è seguito da alcuni minuti di euforia persistente,
che gradualmente scompare per lasciar posto a irritabilità, irrequietezza
e alternanza rapida dell'umore tra depressione e allegria estrema. Questi
modi di sentire, definiti rinforzi positivi e negativi, portano alle
fasi di alternanza (eccitazione-run, inibizione-down), che caratterizzano
l'assunzione cronica. In alcuni casi, specialmente per consumo di elevate
quantità, si può sviluppare un quadro caratterizzato da
umore persistentemente irritabile e tematiche di persecuzione, spesso
associate a condotte aggressive.
Le amfetamine sono stimolanti sintetici simili alla
cocaina, con effetto più prolungato e costo più contenuto.
Sul piano fisico determinano: aumento della frequenza cardiaca e respiratoria,
della temperatura corporea e della pressione arteriosa, stimolazione
psichica e soppressione dell'appetito. Per questo, uno dei loro più frequenti
impieghi è come anoressizzanti. L'uso protratto di amfetamine
può determinare depressione con aumento del sonno (letargia).
La terapia della dipendenza da cocaina si avvale di farmaci che riducono la
spinta all'assunzione della sostanza (anti-craving) e di un intervento psicoterapeutico
e psicosociale.
Nel corso della loro vita, tutti gli esseri umani vanno incontro ad
uno o più periodi di tristezza "normale", a seguito di perdite,
delusioni o insuccessi. La durata di questi periodi può essere
di giorni, settimane o mesi, e corrisponde al tempo necessario all'individuo
per adattarsi all'evento spiacevole. La forza del carattere, la buona
volontà, le distrazioni, i viaggi, l'affetto e il calore dei familiari
e degli amici favoriscono questo adattamento. I farmaci antidepressivi
non hanno alcun effetto. In questi casi, non si deve parlare di depressione.
La depressione propriamente detta è, invece, una condizione patologica
che colpisce, nel corso della sua esistenza, un segmento di popolazione compreso
tra il 5 e il 15%. Essa può insorgere anche del tutto spontaneamente
(cioè, non preceduta da alcun evento spiacevole). In altri casi, esiste
un evento scatenante, ma la reazione della persona è sproporzionata
per intensità e/o durata. Il quadro clinico non comprende soltanto la
tristezza, ma anche diversi altri aspetti (vedi oltre). Il funzionamento sociale
e lavorativo è compromesso in maniera più o meno significativa.
Le distrazioni e i viaggi non hanno alcun effetto sullo stato d'animo della
persona, oppure hanno un effetto molto limitato. Un adeguato trattamento farmacologico
e/o psicoterapeutico è in grado invece, nella grande maggioranza dei
casi, di migliorare in maniera molto significativa o addirittura di risolvere
la situazione.
Per quanto riguarda la depressione, a tutti noi giungono continuamente
due messaggi contrastanti. Da un lato si sostiene che è una "malattia
del cervello", su base biologica, che si cura soltanto con i farmaci
e su cui le psicoterapie non hanno alcun effetto. Dall'altro, si afferma
che è una condizione di disagio esistenziale sulla quale i farmaci
possono avere un effetto a volte solo sintomatico, ma sempre grave nel
non consentire all'individuo di prendere consapevolezza dei suoi problemi,
la qual cosa, invece, è possibile con un intervento psicoterapeutico.
Questi messaggi divergenti finiscono per disorientare, non solo l'opinione
pubblica, ma soprattutto le persone depresse e i loro familiari.
Qual è, dunque, la verità? La verità è che non
esiste "la depressione", ma esistono "le depressioni", cioè una varietà di
condizioni depressive che si manifestano in maniera differente, che vengono
prodotte da combinazioni differenti di fattori biologici, psicologici e sociali,
e che si curano in maniera differente.
Questa varietà di condizioni depressive può essere rappresentata
come un "continuum" (cioè, una gamma o uno spettro), che porta agli
estremi due quadri tipici:
Nella pratica clinica si incontrano diversi quadri depressivi che si
avvicinano più o meno esattamente all'una o all'altra di queste
due condizioni tipiche, ma anche diversi altri quadri che presentano
caratteristiche intermedie o miste (e che si dispongono quindi idealmente
nei vari punti del "continuum" compresi fra i due estremi).
Le depressioni sono patologie "complesse" o "comuni", come i tumori
e le coronaropatie. Esse non hanno una "causa", ma riconoscono una serie
di "fattori di rischio", che intervengono in misura differente da caso
a caso e spesso non sono esattamente ricostruibili nel singolo caso.
Più esattamente, nelle depressioni, noi distinguiamo fattori predisponenti,
fattori scatenanti e fattori protettivi.
I più importanti fattori predisponenti sembrano essere, allo
stato attuale delle conoscenze :
I più importanti fattori scatenanti sembrano essere:
I più importanti fattori protettivi, la cui presenza riduce
la probabilità che si manifesti una condizione depressiva, sembrano
essere:
Quanto più il quadro clinico si avvicina al prototipo della depressione
maggiore melancolica, tanto più importanti sembrano essere la
familiarità e i fattori scatenanti di natura biologica. Quanto
più il quadro clinico si avvicina al prototipo della depressione
minore ansiosa, tanto più significativo sembra essere il ruolo
dei fattori predisponenti e scatenanti di natura psicosociale.
La terapia della depressione non può essere la stessa in tutti
i casi. Non ha senso dire che "la depressione si cura con i farmaci" o
che "la depressione si cura con le psicoterapie". Il trattamento deve
essere personalizzato, cioè va impostato in ogni singolo caso
sulla base di una serie di elementi, tra cui: le caratteristiche del
quadro clinico - le informazioni disponibili circa il ruolo dei vari
fattori predisponenti, scatenanti e protettivi nel caso specifico - le
attuali condizioni fisiche della persona depressa - la sua risposta ad
eventuali trattamenti precedenti.
Quanto più il quadro clinico si avvicina al prototipo della depressione
maggiore melancolica, tanto più centrale è il ruolo dei
farmaci. Tra questi, gli antidepressivi triciclici (vedi) (imipramina,
clorimipramina, amitriptilina, desipramina) sono i più potenti, ma presentano
alcuni effetti collaterali frequenti e fastidiosi (come bocca secca, stitichezza
e disturbi nella visione da vicino), possono causare abbassamento della pressione
arteriosa e sono pericolosi in caso di sovradosaggio. Altri farmaci, in genere
meglio tollerati, sono gli inibitori selettivi della
ricaptazione della serotonina (vedi) (fluoxetina,
fluvoxamina, paroxetina, sertralina, citalopram, venlafaxina, reboxetina, mirtazapina,
mianserina, trazodone, S-adenosilmetionina). L'identificazione del farmaco
più appropriato nel singolo caso richiede a volte vari tentativi successivi.
Nel caso del disturbo bipolare, allo scopo di prevenire i nuovi episodi depressivi
e maniacali, si attua in genere un trattamento a lungo termine con uno o più farmaci
stabilizzatori dell'umore (vedi) (litio, valproato,
carbamazepina).
Quanto più il quadro clinico si avvicina al prototipo della depressione
minore ansiosa, tanto più importante è il ruolo delle psicoterapie.
Le psicoterapie oggi utilizzate nelle depressioni sono di
tre tipi: 1) ad orientamento cognitivo, 2) ad orientamento interpersonale,
3) ad orientamento psicodinamico.
Le psicoterapie ad orientamento cognitivo si propongono di identificare
e correggere gli schemi mentali della persona (visione negativa di se stesso,
del mondo, del futuro) che possono aver contribuito a produrre la condizione
depressiva. Le psicoterapie ad orientamento interpersonale mirano
ad identificare e correggere i problemi nelle relazioni interpersonali attuali,
che possono aver precipitato la condizione depressiva. Le psicoterapie
ad orientamento psicodinamico si propongono di ricostruire gli eventi
ed i conflitti di vecchia data che possono aver predisposto l'individuo alla
depressione.
I familiari e gli amici di una persona depressa possono
aiutarla: ascoltandola con pazienza; ripetendole che uscirà dalla
sua attuale situazione, citando statistiche o casi di altre persone che
sono venute fuori dalla depressione; convincendola a rivolgersi ad uno
specialista, magari offrendosi di prendere l'appuntamento e di accompagnarla;
controllando che la persona segua regolarmente la terapia e si presenti
ai controlli o alle sedute.
E' invece opportuno evitare di: esortare la persona depressa a "reagire", a "metterci
la buona volontà", a "distrarsi" (queste esortazioni danno alla persona
depressa la sensazione di non essere compresa e possono accentuare il suo senso
di colpa); incoraggiare la persona depressa a cambiare il lavoro, la casa o
il partner (tutte decisioni che non vanno prese finché è presente
la depressione); manifestare incertezze o perplessità sulla terapia
in corso (che vanno comunicate direttamente al terapeuta).
La tipica depressione maggiore melancolica è caratterizzata
dai seguenti aspetti:
Profonda depressione del tono dell'umore. La
persona esprime verbalmente, e manifesta con la mimica e il comportamento,
un vissuto di profondo dolore psichico, prostrazione e disperazione. Questo
vissuto è insensibile alle influenze esterne (le parole di incoraggiamento
o di conforto di un familiare o di un amico non sono in grado di alleviarlo)
e differisce dalla tristezza "normale" sia dal punto di vista quantitativo
(per la sua intensità e durata), sia sul piano qualitativo (per la
sua natura; la persona riferisce che il suo vissuto attuale è completamente
diverso da ciò che ha provato in passato, ad esempio per la morte
di una persona cara).
Marcata riduzione o scomparsa dell'interesse e del
piacere in tutte le attività. Tutto ciò che abitualmente
interessava la persona e le piaceva (compagnia del partner e degli amici,
musica, sport, ecc.) non le provoca più alcuna emozione significativa.
Marcato rallentamento psichico e motorio.
La persona parla poco, risponde a monosillabi, si muove poco e lentamente
(più raramente si osserva invece affollamento delle idee nella mente
ed agitazione).
Mancanza di energia; affaticabilità.
Sentimenti di inadeguatezza, di inutilità,
di disperazione. Nei casi più gravi, ci possono essere idee
di colpa (la persona si accusa di gravi azioni che in realtà non
ha commesso) o di rovina (il soggetto si convince che egli stesso e i suoi
familiari siano destinati al fallimento).
Mancanza di appetito e perdita di peso (più raramente
può invece comparire aumento dell'appetito e del peso).
Disturbo del sonno (in genere insonnia, per
lo più consistente in un risveglio mattutino precoce; più raramente
compare aumento della durata del sonno).
Difficoltà a concentrarsi e a ricordare.
Pensieri di morte. Nei casi più gravi,
ci sono propositi, e anche tentativi, di suicidio, in genere assai determinati
(cioè, il soggetto vuole realmente togliersi la vita, e se non ci
riesce è soltanto per caso o perché lo strumento che ha scelto
non si rivela efficace quanto egli pensava).
Variazione diurna della sintomatologia (peggioramento
mattutino).
Decorso episodico (la patologia si presenta,
cioè, in periodi circoscritti, con un inizio ed una fine abbastanza
ben distinguibili). Spesso gli episodi non sono preceduti da eventi scatenanti.
Oltre ad uno o più episodi depressivi, la persona può avere,
nel corso della sua vita, uno o più episodi di eccitamento maniacale
(con euforia immotivata, iperattività, loquacità eccessiva,
idee grandiose, affari incauti o spese esagerate, aumento del desiderio
sessuale), nel qual caso si parla di "disturbo bipolare".
La tipica depressione minore ansiosa è caratterizzata
dai seguenti aspetti:
Depressione del tono dell'umore meno marcata rispetto
alla forma precedente. Il vissuto depressivo può essere parzialmente
e transitoriamente sensibile alle influenze esterne (le parole di incoraggiamento
o di conforto di un familiare o di un amico possono alleviare in parte e
brevemente lo stato d'animo della persona). Inoltre, il vissuto differisce
dalla tristezza "normale" sul piano quantitativo (è più intenso
e duraturo e compromette in maniera significativa il funzionamento sociale
e lavorativo), ma non dal punto di vista qualitativo (cioè, per la
sua natura).
Ansia accentuata (in parte somatizzata, cioè espressa
attraverso dolori e fastidi fisici variamente localizzati, dei quali il
soggetto si lamenta ripetutamente ed è assai preoccupato).
Irrequietezza motoria.
Tendenza ad autocompiangersi e ad incolpare gli
altri delle proprie condizioni.
Pessimismo; sentimenti di incapacità ed inutilità (mai
idee di colpa o di rovina).
Astenia e affaticabilità.
Insonnia (per lo più difficoltà ad
addormentarsi e fragilità del sonno, con incubi e risvegli frequenti).
Irritabilità ed apprensività.
Disturbi della concentrazione e sensazione di "mente
vuota".
Assenza della variazione diurna della sintomatologia (oppure
peggioramento nelle ore pomeridiane e serali).
Decorso continuo o subcontinuo (con esacerbazioni
e remissioni in rapporto ad eventi esistenziali).
I disturbi da abuso di sostanze sono un grave problema di salute pubblica,
con costi sociali rilevanti, sia per le attività di prevenzione
e di trattamento che richiedono, sia per i problemi di assenteismo, perdita
di produttività, criminalità che comportano.
Nella loro forma più grave, le dipendenze si caratterizzano per i seguenti
aspetti: progressiva perdita di controllo sull'assunzione della sostanza -
presenza di una sindrome da astinenza più o meno grave a seguito della
sospensione della sostanza - necessità di aumentare le dosi per ottenere
lo stesso effetto iniziale (assuefazione) - presenza del "craving" (la fame
per la sostanza, che ne determina la continua ricerca) - perdita di controllo
sul comportamento, che è rivolto alla sola ricerca della sostanza -
elevata frequenza di ricadute dopo le fasi di disassuefazione - compromissione
del funzionamento lavorativo, familiare e sociale.
Alla base del fenomeno della dipendenza sembra essere un meccanismo presente
nel cervello, denominato "brain rewarding system" (BRS) o "sistema cerebrale
della gratificazione". Questo sistema funziona in modo da premiare i comportamenti
utili all'adattamento, generando sensazioni di euforia e di appagamento ogni
volta che una persona mette in atto questi comportamenti con successo. Quindi,
le sensazioni di soddisfazione ed euforia provate per un esame superato o per
la conquista di un partner sentimentale costituiscono un premio, un "rinforzo
positivo". Queste sensazioni sono determinate da sostanze presenti nel cervello,
denominate beta-endorfine, le quali stimolano il BRS. In alcuni individui il
sistema delle endorfine risulta carente ed il BRS non è adeguatamente
stimolato. Queste persone sono sempre sottilmente scontente, indifferenti di
fronte a qualsiasi risultato e incapaci di provare sensazioni piene di gioia
ed appagamento. Sovente tentano un "surplus" di stimolazione del BRS attraverso
la ricerca di forti emozioni, attività rischiose e continui cambiamenti
nello stile di vita. Se la carenza è lieve, può essere colmata
da piccole dosi quotidiane di sostanze ad effetto euforizzante e rasserenante.
Se la carenza è grave, si scatena la ricerca continua di una fonte di
soddisfazione esterna più potente e più rapida, con il consumo
di sostanze che "ingannano" il cervello producendo effetti che imitano ed amplificano
quelli dalle endorfine. Da una "sniffata" di cocaina si può ottenere
la stessa soddisfazione data da una conquista sessuale, con un dispendio di
energie molto minore ed un effetto più intenso in termini di euforia.
Come vedremo, l'uso continuativo di queste "scorciatoie" presenta rischi che
non vale la pena di correre. Un altro elemento importante nella spinta all'abuso
e alla dipendenza da sostanze è costituito dalla presenza di disturbi
mentali, anche in forma lieve.
Negli adolescenti, un importante fattore di rischio di abuso è dato
dalla presenza di modelli di comportamento che prevedono l'uso di sostanze
come normale consuetudine. L'uso di sostanze da parte dei genitori si correla
con un elevato rischio di abuso di sostanze nei figli: questo rischio risulta
maggiore in ambienti ove l'abuso è accettato ed incoraggiato, ma paradossalmente
anche in ambienti ove si pratica una rigida e totale astensione. I fratelli
possono agire sia come modelli negativi sia, più attivamente, come fornitori
di sostanze, soprattutto se maggiori di età e di sesso maschile. La
mancanza di intimità, di interesse, di protezione e di contenimento
delle angosce da parte dei genitori può favorire l'esordio di una patologia
d'abuso in età adolescenziale. La cultura trasmessa dai mass-media,
infine, tende a incoraggiare l'uso di determinate sostanze d'abuso lecite (alcool
e tabacco), attribuendo ad esse il significato più o meno esplicito
di elementi validi a determinare un'immagine vincente.
Questo disturbo si manifesta con ansia e preoccupazione eccessive per
eventi ed attività della vita quotidiana (prestazioni lavorative
o scolastiche), in un clima di attesa apprensiva non facilmente controllabile.
Ad esse si associano irrequietezza, stancabilità, difficoltà di
concentrazione, irritabilità, tensione muscolare, disturbi del
sonno e sintomi fisici non gravi ma persistenti, quali nausea, mal di
stomaco, difficoltà digestive, sudorazione, palpitazioni.
L'esordio può avvenire in età infantile o giovanile, in modo
sfumato o a seguito di eventi stressanti, con un aumento dell'apprensività per
possibili disgrazie, tensione motoria, tremori, incapacità a rilassarsi,
sudorazione, tachicardia e respiro frequente. Se il disturbo si aggrava, l'individuo
perde totalmente la tranquillità, è sempre "in pensiero", in
stato di vigilanza ed allarme, in costante attesa di un evento negativo. La
sirena di una ambulanza, un banale ritardo, la notizia di un incidente stradale,
costituiscono la certezza di una disgrazia occorsa a qualcuno dei familiari.
Questo stato di tensione perenne interferisce col funzionamento generale e
determina sempre nuovi motivi di infelicità. I tentativi di rassicurare
la persona, minimizzando le sue preoccupazioni, sono in genere inefficaci o
determinano un sollievo di breve durata.
Spesso il GAD è complicato da abuso o dipendenza da farmaci o sostanze
(ansiolitici, antidolorifici, alcool), assunti come impropria automedicazione.
La continua attesa apprensiva può complicarsi con uno stato depressivo,
o associarsi a complicanze fisiche come ipertensione, ulcera peptica, malattie
cardiache.
Il GAD si avvale di un trattamento sia farmacologico (inibitori selettivi della
ricaptazione della serotonina, antidepressivi triciclici, benzodiazepine, trazodone,
beta-bloccanti, buspirone), sia psicoterapico (di tipo cognitivo, comportamentale,
psicodinamico, interpersonale, di sostegno). Sono indicate anche tecniche di
rilassamento quali il training autogeno, il biofeedback, l'ipnosi e la meditazione
trascendentale.
- Quanto sono diffuse l'anoressia
e la bulimia nervosa?
La diffusione dell'anoressia (vedi) e
della bulimia nervosa (vedi) è andata
progressivamente aumentando nel corso degli ultimi decenni. Oggi si stima che
l'anoressia nervosa interessi lo 0,2-0,8% e la bulimia nervosa l'1-2% della
popolazione. Il sesso femminile è più colpito rispetto a quello
maschile, con un rapporto di 9 a 1. L'età di insorgenza è generalmente
nell'adolescenza o la prima giovinezza. Entrambi i disturbi sono più frequenti
nelle culture occidentali, nella razza bianca e in particolari gruppi a rischio,
nei quali si enfatizzano la snellezza e la forma fisica come prerequisiti per
il successo (modelle, danzatrici, atlete).
- Le "cause" dell'anoressia
e della bulimia nervosa
Non esiste una causa unica alla base di queste
condizioni. Oggi si ritiene che a determinarle concorrano
più fattori: alcuni aspetti della personalità (estrema
dipendenza dell'autostima dal giudizio altrui e dai
risultati raggiunti; perfezionismo) - relazioni familiari
distorte - possibili disfunzioni nei sistemi che modulano
le sensazioni di fame e sazietà - fattori socio-culturali
(messaggi dei mass-media che enfatizzano la magrezza
quale prerequisito per il raggiungimento del successo
e della felicità).
- La cura dell'anoressia e
della bulimia nervosa
Al momento, si ritiene che le maggiori probabilità di
successo terapeutico siano garantite dalla contemporanea
pratica di counseling dietetico-nutrizionale, psicoterapia
e farmacoterapia.
Il counseling dietetico-nutrizionale mira a correggere le abitudini
nutrizionali scorrette, attraverso il monitoraggio quotidiano dell'alimentazione
(diario alimentare) e l'osservazione di una dieta individualizzata. La
psicoterapia si avvale di numerose tecniche, ma attualmente gli indirizzi
ritenuti più adeguati sono quello cognitivo-comportamentale (volto
a correggere gli schemi mentali del paziente, come la bassa stima di se stesso,
o la distorsione dell'immagine corporea, che hanno favorito la strutturazione
di comportamenti alimentari incongrui) e quello sistemico-relazionale (che
interviene sulle relazioni familiari distorte). La farmacoterapia,
per quanto riguarda la bulimia nervosa, prevede la somministrazione di composti
(fluoxetina, fluvoxamina, paroxetina, sertralina e citalopram) efficaci nel
controllo delle crisi bulimiche; mentre per l'anoressia nervosa, mira soprattutto
a curare le eventuali patologie psichiatriche associate (depressione e disturbi
d'ansia) e a correggere le disfunzioni organiche conseguenti alla denutrizione.
Nei casi in cui non esistano complicanze organiche e si possa contare sulla
disponibilità della persona ad accettare la cura e sulla collaborazione
dei familiari, il trattamento è di tipo ambulatoriale. Qualora la collaborazione
del paziente e/o dei familiari non sia ritenuta sufficiente, si preferisce
un trattamento in day-hospital. Il ricovero ordinario in un reparto di degenza
si rende necessario soprattutto nei casi di anoressia nervosa con calo ponderale
estremo e/o totale rifiuto a rialimentarsi, per cui si deve procedere all'alimentazione
mediante sondino naso-gastrico o per via parenterale. Il ricovero è altresì indicato
nei soggetti a rischio di suicidio o quando è necessario allontanare
il paziente dal proprio ambiente familiare. Una volta raggiunto lo scopo terapeutico
primario (correzione del regime dietetico-alimentare, scomparsa delle abbuffate
e del vomito, mantenimento di un adeguato peso corporeo), è necessario
seguire a lungo la persona per prevenire le eventuali ricadute.
Gli attacchi di panico, sono stati di ansia improvvisi, che insorgono "a
ciel sereno", privi di causa apparente. Sono caratterizzati da intensa
apprensione, paura o terrore, spesso con sensazione di catastrofe imminente.
Ci si sente soffocare, si teme di morire, di impazzire o di perdere il
controllo. Spesso si presentano sintomi come: tachicardia, palpitazioni,
senso di oppressione toracica, tremori, tensione muscolare, formicolii,
senso di instabilità, vertigini; a volte anche nausea, vomito,
vampate di caldo o freddo, sudorazione, visione offuscata, senso di irrealtà e
di estraneità rispetto all'ambiente.
In genere l'attacco inizia con uno dei sintomi elencati, al quale seguono,
nell'arco di 10 minuti, gli altri "a cascata ". Spesso l'esordio è in
prossimità di eventi importanti (matrimonio, cambiamento di casa o di
lavoro, perdita di una persona cara, laurea, ecc.). L'insorgere dell'attacco
determina una reazione angosciosa ed un'immediata richiesta di soccorso (medico
di base, pronto soccorso), sostenuta dal timore di una grave malattia. Se il
disturbo non viene riconosciuto e trattato, gli attacchi si susseguono con
conseguenze spesso invalidanti.
Gli attacchi di panico possono presentarsi in forma piena (4 o più sintomi),
in forma attenuata (2-3 sintomi) o con sintomi isolati. Possono essere spontanei
(senza causa apparente) o situazionali (scatenati da particolari situazioni).
Se non vengono curati, determinano l'insorgere della cosiddetta ansia anticipatoria
(la paura della paura, la paura costante di un nuovo attacco).
Complicazioni di un DAP non curato possono essere:
Agorafobia (vedi)
Polarizzazioni ipocondriache - Ci si preoccupa
per la propria salute. Piccoli sintomi (fitte, dolori, formicolii,...) prima
inosservati, sono interpretati in modo catastrofico. Per un lieve dolore al
petto si pensa all'infarto; una fitta o un formicolio alla testa preannuncia
l'ictus. Il timore delle malattie può anche esprimersi col timore di
impazzire (tipica la paura di divenire schizofrenici). Queste preoccupazioni,
momentaneamente sensibili alla rassicurazione (di amici e parenti, soprattutto
del medico), finiscono per divenire un pensiero continuo e per togliere alla
persona qualsiasi serenità.
Demoralizzazione secondaria - Subentra uno
stato di depressione; l'energia si esaurisce, le prospettive per il futuro
si chiudono.
Dipendenza da farmaci e sostanze - Una prolungata
terapia con ansiolitici, in passato ritenuta efficace, può invece
determinare dipendenza. Il disturbo può inoltre complicarsi con abuso
o dipendenza da alcool.
Fobia per i farmaci - E' frequente la paura
dei farmaci e la particolare sensibilità ai loro effetti collaterali.
Il trattamento si avvale di interventi sia farmacologici che psicoterapici.
I farmaci più utilizzati sono i serotoninergici (paroxetina, citalopram
e sertralina); gli antidepressivi triciclici (imipramina, clorimipramina, trimipramina);
le benzodiazepine, per periodi limitati (1-3 settimane); gli inibitori delle
monoamino-ossidasi (fenelzina).
Questo disturbo è caratterizzato da ossessioni e compulsioni.
Il termine ossessione indica una idea, un pensiero, una parola,
un ricordo, una immagine mentale o un impulso, che si intromette nella mente
e che non si riesce ad allontanare pur riconoscendone l'irragionevolezza. L'idea
o pensiero causano ansia e disagio profondi e la persona tenta di neutralizzarli
con altri pensieri o azioni.
Per compulsione si intende una spinta o un impulso ad agire,
in risposta a un'ossessione (la persona si lava per ore, ritenendosi contaminata
per aver toccato qualcosa). Tale comportamento, volto a ridurre la tensione
generata dall'idea ossessiva o a prevenire con modalità scaramantiche
eventi temuti, si presenta in forma rituale. A tutti capita di tornare indietro
per controllare se si è chiuso il gas o la porta di casa, oppure di
lavarsi le mani se sporche. Le persone con DOC possono ripetere queste azioni
per ore senza riuscire a trattenersi, pur rendendosi conto della loro inutilità.
Talvolta le ossessioni spingono a "non fare ": non si entra in chiesa per paura
di sentirsi costretti a bestemmiare o a pensare cose sconvenienti sul piano
sessuale; si evita di prendere i coltelli per paura di sentirsi costretti a
colpire il proprio figlio. Sebbene la ripetizione dei rituali possa attenuare
lo stato di ansia e di tensione interna, il paziente non trae piacere dalla
loro esecuzione.
Spesso si presentano idee e pensieri ricorrenti di contaminazione (causata
da germi, sostanze tossiche, veleni, radiazioni, ecc.), che determinano rituali
consistenti in una minuziosa ed esasperata pulizia della propria persona e
nella disinfezione dell'ambiente. Sono frequenti anche le ossessioni dubitative:
timore di non aver eseguito correttamente piccole incombenze quotidiane, e
quelle di ordine esistenziale, filosofico o religioso. Comuni sono i rituali
di ordine, rappresentati dal ripetere azioni volte a riordinare (allineare
libri o soprammobili, mettere in ordine i cassetti o gli abiti prima di coricarsi);
i rituali di simmetria (raddrizzare i quadri appesi, disporre in modo simmetrico
gli oggetti sul tavolo o rendere simmetrici i propri movimenti, ad esempio
nel camminare) o di controllo (controllare anche per ore se si sono chiuse
le finestre o si è spenta la luce). Un altro elemento centrale nel DOC è costituito
dal dubbio in cui si viene a trovare la persona nel valutare diverse possibilità,
tanto che le sue decisioni risultano paralizzate.
Il DOC può determinare in breve tempo una compromissione dell'adattamento
lavorativo (per i ritardi causati dall'esecuzione dei rituali), familiare e
sociale.
Ritenuto in passato uno dei disturbi mentali resistenti ad ogni tipo di trattamento,
il DOC si avvale oggi dell'impiego di farmaci (la clorimipramina e gli inibitori
selettivi della ricaptazione della serotonina) e di un intervento psicoterapico
(soprattutto di tipo cognitivo e comportamentale).
Questo disturbo si osserva a seguito di crimini (rapimenti, violenze
sessuali, ecc), disastri naturali (terremoti, inondazioni, ecc.), gravi
incidenti, periodi di prigionia, guerre. Esso è caratterizzato
dalla ripetuta esperienza di vivere l'evento, sotto forma sia di sogni
o incubi notturni, che disturbano notevolmente la qualità e la
durata del sonno, sia di ricordi improvvisi e vividi, vissuti come invasivi.
La persona si trova costantemente in uno stato di allarme e di ipervigilanza,
con ipersensibilità alle stimolazioni ambientali, con improvvise esplosioni
di collera e di aggressività. Ci si sente irritabili, nervosi, e si
evitano tutti gli stimoli che possono rievocare l'evento. Un distacco sul piano
emozionale, inoltre, fa sentire estranei a quanto accade intorno.
La frequenza del disturbo, generalmente bassa, aumenta fino all'85% nelle popolazioni
esposte a calamità naturali (inondazioni, guerre, ecc.).
La terapia consiste in un intervento psicoterapeutico (le tecniche maggiormente
utilizzate sono la psicoterapia di gruppo, la psicoterapia cognitiva e l'ipnosi),
associato ad una terapia farmacologica a base di benzodiazepine a breve durata
d'azione, antidepressivi e stabilizzanti dell'umore.
L'Ecstasy (o MDMA), derivato dell'amfetamina, si è rapidamente
diffusa nelle discoteche d'Europa. Essa scioglie la timidezza, fa sentire
più attraenti, seduttivi, loquaci, affabili, spensierati per almeno
4-6 ore. Elimina il senso della fatica, della fame, della sete e consente
di ballare per notti intere. Viene assunta negli ambienti spesso caldi
e mal aerati delle discoteche, dove la temperatura del corpo può salire
anche per il ritmo forsennato della danza e per la scarsa disponibilità di
acqua. L'esaurimento delle scorte di serotonina del cervello determina
la fase del "down ", caratterizzata da stanchezza, tristezza e sonnolenza,
responsabile di un gran numero di incidenti stradali, spesso mortali,
che seguono l'uscita dei giovani dalle discoteche. Nei soggetti più vulnerabili,
l'uso di ecstasy può scatenare quadri depressivi, ansiosi o psicotici
(con deliri, allucinazioni, comportamenti violenti), scarsamente sensibili
ai trattamenti.
Gli allucinogeni sono droghe antichissime, utilizzate nei
riti divinatori e nelle cerimonie religiose. Oggi gli allucinogeni più diffusi
sono l'LSD (dietilamide dell'acido lisergico) e la PCP (fenciclidina). Sotto
l'effetto dell'LSD, la persona presenta imponenti alterazioni percettive:
ad occhi aperti luci, ombre e colori appaiono brillanti e bizzarri; ad occhi
chiusi si verificano visioni sconvolgenti con immagini a carattere geometrico,
caleidoscopiche, o con scene apocalittiche. A volte si verificano i "bad
trips" o "esperienze infernali", con angoscia, umore depresso, allucinazioni
a contenuto terrificante, convinzioni persecutorie, senso di deformazione
del proprio corpo. Si possono produrre effetti a breve e lungo termine: i
primi costituiti da disturbi mentali gravi, con sintomi psicotici (deliri
ed allucinazioni) che non si risolvono alla sospensione e che si rilevano
resistenti ai comuni trattamenti antipsicotici; i secondi sono i cosiddetti "flashback",
che consistono nel ripetersi dell'esperienza allucinatoria anche a distanza
di mesi dall'ultima assunzione. La PCP, o "polvere d'angelo", è una
sostanza a rapida azione che produce un effetto complesso di stimolazione
associata alla comparsa di deliri ed allucinazioni.
Gli allucinogeni, nonostante i loro effetti deleteri, non provocano dipendenza
fisica né sindrome da astinenza. Nel caso di uso continuativo, può essere
sufficiente un intervento ambientale volto ad interrompere le condizioni che
fanno da sfondo e rinforzano lo stimolo all'assunzione. Tuttavia, le condizioni
psichiche prodotte dall'assunzione protratta necessitano di terapia specifica.
L'eroina è una sostanza derivata dalla morfina,
che induce dipendenza con una rapidità dieci volte superiore a
quest'ultima. Essa può essere "sniffata", iniettata in vena o
fumata. La dipendenza si instaura in genere senza che il consumatore
se ne renda conto (fase "della luna di miele"). Il rapido instaurarsi
dell'assuefazione rende necessarie dosi sempre maggiori e più frequenti
(fase "delle dosi crescenti").
Il trattamento può comprendere le seguenti componenti:
Mantenimento metadonico. E' una terapia protratta
con un farmaco agonista, che toglie effetto all'eroina e, adeguatamente dosato,
ne annulla il desiderio. E' indicata in pazienti che continuano ad assumere
quotidianamente eroina, che non hanno presentato negli ultimi 2-3 anni fasi
di astensione spontanea dalla sostanza e che sono a rischio di malattie infettive
o di comportamenti illegali.
Trattamento con buprenorfina. E' una terapia
con farmaco agonista/antagonista che toglie effetto all'eroina annullandone
il desiderio. Meno potente rispetto al metadone, presenta però minori
effetti collaterali e induce una dipendenza più blanda.
Trattamento con naltrexone. E' una terapia
con un farmaco antagonista, ed è rivolta a pazienti con una breve
storia di dipendenza, con un nucleo familiare ancora integro e collaborativo,
che mantengono relazioni e legami di amicizia, che studiano o lavorano, che
sono stati in grado di sospendere per qualche tempo l'uso di eroina.
Trattamento socio-riabilitativo. Viene attuato
nelle comunità terapeutiche ed è volto ad ottenere l'astensione
dalla sostanza con l'allontanamento dalla situazione di origine. Si avvale
di un'ergoterapia diretta a riabituare il paziente al rispetto delle regole,
al lavoro, al corretto rapporto con gli altri.
Trattamento psicoterapico. Di tipo psicodinamico,
cognitivo, comportamentale, interpersonale, può essere associato a
tutti i trattamenti precedentemente elencati ove si riscontri un sufficiente
livello di consapevolezza e di motivazione ad esplorare i propri meccanismi
interiori.
Counseling. Consiste in un'attività di
informazione attuata da personale specializzato (psicologi, infermieri, educatori),
volta a rinforzare la motivazione e migliorare l'adesione alla terapia.
Il trattamento dei disturbi d'ansia è stato dominato negli ultimi
30 anni dalle benzodiazepine: questi farmaci sono estremamente efficaci
nell'alleviare la sintomatologia ansiosa e posseggono un profilo di effetti
collaterali molto favorevole.
Accanto alle proprietà ansiolitiche, le benzodiazepine posseggono attività ipno-inducente
(cioè, inducono il sonno), miorilassante e anticonvulsivante.
Per il controllo delle condizioni di ansia in cui è giustificato un
trattamento farmacologico, è consigliabile utilizzare, nella maggior
parte dei casi, benzodiazepine a rapida eliminazione (ad esempio, lorazepam,
oxazepam, alprazolam). I vantaggi di impiegare questa classe di benzodiazepine
sono: l'assenza di fenomeni di accumulo a seguito di somministrazioni ripetute,
con minore rischio di provocare effetti indesiderati (stati di eccessiva sedazione,
alterazioni significative delle prestazioni cognitive e psicomotorie); l'assenza
di interazioni con altri farmaci; il minore carico metabolico da parte del
fegato in caso di alterata funzionalità epatica.
Per il trattamento dell'insonnia, sono indicate benzodiazepine caratterizzate
da rapidità sia d'azione che di eliminazione, affinchè si instauri
rapidamente il sonno e non vi siano effetti residui (sonnolenza, astenia, stordimento)
il mattino successivo. I composti ad emivita plasmatica breve o ultra-breve
(triazolam, temazepam, estazolam) sono oggi ritenuti quelli che meglio soddisfano
i requisiti sopra esposti, dunque particolarmente utili per i soggetti che
non necessitano di sedazione durante la giornata.
È oggi un dato acquisito che tutte le benzodiazepine possono indurre un
effetto ansiolitico o ipnotico a seconda del dosaggio impiegato. Quindi, per
un paziente che presenta contemporaneamente ansia ed insonnia, la stessa benzodiazepina
potrebbe essere utilizzata durante la giornata per il controllo dei sintomi ansiosi
e, a dosaggi più elevati, alla sera per indurre un effetto ipnotico.
Sia il dosaggio da utilizzare per il controllo di una sindrome ansiosa e/o
di insonnia, sia i tempi della somministrazione, devono essere sempre calcolati
tenendo conto delle esigenze del singolo paziente. Non esistono, pertanto,
schemi posologici prefissati; è quindi considerata una pratica poco
razionale quella di utilizzare per tutti i pazienti dosaggi e modalità di
somministrazione "standard".
Per la terapia farmacologica di un disturbo d'ansia acuto, in genere è ritenuto
adeguato un programma di trattamento che preveda un periodo iniziale della
durata di 4-5 settimane, alla fine del quale si dovrà rivalutare l'opportunità di
proseguire la somministrazione della benzodiazepina.
I trattamenti a lungo termine con benzodiazepine, devono essere limitati, poiché questi
farmaci inducono dipendenza, quindi non possono costituire la terapia d'elezione
nei disturbi d'ansia cronici. Questo problema ha portato di recente ad una
riduzione delle prescrizioni di benzodiazepine nelle terapie a lungo termine,
stimolando la ricerca di trattamenti dell'ansia cronica con farmaci non benzodiazepinici.
L'esperienza clinica ha dimostrato che alcuni farmaci antidepressivi (inibitori
selettivi della ricaptazione della serotonina, venlafaxina, alcuni triciclici)
esercitano una potente ed efficace azione ansiolitica sia nei trattamenti cronici
di alcuni disturbi d'ansia, sia in pazienti la cui sintomatologia ansiosa è associata
ad episodi depressivi.
In particolare nel trattamento dell'insonnia, sono oggi utilizzati anche alcuni
farmaci non benzodiazepinici, come lo zolpidem e lo zopiclone.
I farmaci antidepressivi attualmente in uso nella pratica clinica possono
essere suddivisi nelle seguenti classi:
triciclici (imipramina, amitriptilina, clorimipramina,
desipramina e nortriptilina)
inibitori selettivi della ricaptazione della
serotonina (fluoxetina, fluvoxamina, paroxetina, sertralina e citalopram)
inibitori selettivi della ricaptazione della
noradrenalina (reboxetina)
inibitori selettivi della ricaptazione della
serotonina e della noradrenaliana (venlafaxina)
altri farmaci con meccanismo misto serotoninergico
e noradrenergico (mianserina, mirtazapina)
altri farmaci serotoninergici (trazodone,
nefazodone)
farmaci dopaminergici (amisulpride, bupropione)
inibitori reversibili delle monoamino-ossidasi
(moclobemide)
composti fisiologici (S-adenosilmetionina,
estratto di iperico)
La prima regola da seguire nell'impostazione di un trattamento antidepressivo è quella
di prescrivere il farmaco al quale il paziente ha mostrato in passato una buona
risposta terapeutica. Si tratta quindi di raccogliere un'accurata storia psicofarmacologica
con le informazioni sui farmaci assunti in passato, loro dosaggio e tempo di
assunzione, eventuali effetti collaterali e tempi di risposta. Ciò per
identificare le molecole efficaci e quelle che non hanno avuto alcun effetto.
Per i pazienti al primo episodio di malattia o che giungono all'osservazione
medica per la prima volta, si può a volte ricorrere alla storia clinica
di familiari affetti e prescrivere un farmaco la cui attività sia sovrapponibile
a quella della molecola dimostratasi efficace nel parente ammalato.
Un altro aspetto da tenere presente e che deve entrare nella scelta del farmaco è costituito
dall'eventuale presenza di patologie concomitanti. L'esistenza di problemi
a carico del sistema cardiocircolatorio, di glaucoma ad angolo chiuso o di
ipertrofia prostatica controindicano l'uso dei triciclici, a meno di non effettuare
la terapia sotto controllo medico quotidiano ed in regime di ospedalizzazione.
La presenza di ulcera peptica o una storia di gastriti ricorrenti sconsiglia
l'uso degli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina, benché in
diversi casi la terapia con questi farmaci possa essere attuata senza problemi
ricorrendo ad un'adeguata protezione gastrica.
Di fronte ad una depressione caratterizzata da un'importante componente ansiosa è preferibile
scegliere un farmaco dotato di attività sedativa (fluvoxamina, sertralina,
citalopram, trazodone, mirtazapina). Se prevale la componente inibitoria con
associata ipersonnia diurna e rallentamento cognitivo, può essere indicato
prescrizivere paroxetina, fluoxetina, venlafaxina o reboxetina.
Una volta selezionato il farmaco antidepressivo, questo andrà somministrato
inizialmente a basso dosaggio per due o tre giorni, quindi progressivamente
portato al dosaggio minimo efficace o, se esistono informazioni adeguate, al
dosaggio terapeutico per quel singolo paziente. Questa modalità consente
di ridurre al minimo gli effetti collaterali, che altrimenti potrebbero causare
la sospensione del trattamento.
La terapia va mantenuta a dosaggio pieno, anche dopo la scomparsa dei sintomi,
per almeno altre quattro settimane. Nel caso di pazienti con disturbo bipolare,
al termine dell'episodio si dovrà fare molta attenzione al rischio di
viraggio verso la fase maniacale, che il trattamento con antidepressivi può indurre.
La sospensione precoce della terapia può causare la ricomparsa della
sintomatologia depressiva.
La sospensione del trattamento non richiede particolari cautele. È comunque
buona norma procedere ad una riduzione progressiva del dosaggio. Nei pazienti
che hanno avuto più episodi depressivi, è opportuno valutare
attentamente la possibilità di un trattamento preventivo a lungo termine.
Indichiamo i più comuni effetti indesiderati del trattamento con le
varie tipologie di farmaci.
Triciclici: bocca secca, stitichezza, visione
offuscata, tachicardia, tremore, ipotensione arteriosa
Inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina:
nausea, riduzione dell'appetito, diarrea, disturbi sessuali, ansia, tremore,
insonnia
Reboxetina: bocca secca, stitichezza, sudorazione,
insonnia
Venlafaxina: disturbi gastrointestinali e sessuali
Mianserina e mirtazapina: sedazione eccessiva,
sonnolenza, aumento di peso
Trazodone e nefazodone: sedazione eccessiva,
sonnolenza, ipotensione arteriosa, nausea, stitichezza
Amisulpride e bupropione: agitazione, tremore,
insonnia, bocca secca
Moclobemide: nausea, mal di testa, insonnia
S-adenosilmetionina ed estratto di iperico:
irritazione gastrointestinale
I farmaci antipsicotici attualmente in uso nella pratica clinica comprendono:
I neurolettici standard (aloperidolo,
clorpromazina, tioridazina, flufenazina, clotiapina,
pimozide)
Gli antipsicotici di nuova generazione o "atipici" (clozapina,
risperidone, olanzapina, quetiapina).
L'uso dei neurolettici standard è associato frequentemente alla comparsa
di effetti indesiderati: effetti neurologici (nella fase iniziale del trattamento,
tremore, rigidità muscolare, crisi distoniche acute, mentre nei trattamenti
a lungo termine può comparire discinesia tardiva, consistente in movimenti
involontari prevalentemente a carico del distretto bucco-linguo-masticatorio);
effetti endocrini (iperprolattinemia, che nella donna può manifestarsi
clinicamente con galattorrea e amenorrea e nell'uomo con diminuzione della
libido); sedazione eccessiva e ipotensione arteriosa. Inoltre, questi farmaci
risultano attivi sui sintomi "produttivi" della schizofrenia (deliri, allucinazioni),
ma molto meno su quelli "negativi" (apatia, asocialità).
I farmaci antipsicotici di nuova generazione non producono o producono in misura
meno accentuata gli effetti neurologici ed endocrini suddetti. Inoltre, è provato
che sono più attivi dei neurolettici standard sui sintomi "negativi" e
possono migliorare la funzionalità cognitiva dei pazienti con schizofrenia.
In particolare si segnalano alcuni effetti collaterali della clozapina: il
più temibile è l'agranulocitosi (0,6-0,9% dei casi): per identificarla
tempestivamente, è prescritta l'effettuazione dell'esame emocromocitometrico
ogni settimana nelle prime 18 settimane di trattamento e successivamente ogni
mese; altri sono l'ipotensione arteriosa, l'aumento di peso, l'aumento della
salivazione, la sedazione eccessiva e la tachicardia.
Gli effetti collaterali più comuni degli altri antipsicotici di nuova
generazione sono: per il risperidone insonnia, agitazione e mal di testa; per
l'olanzapina sonnolenza, stitichezza, bocca secca, vertigini ed aumento di
peso; per la quetiapina sonnolenza, agitazione e bocca secca.
La scelta del farmaco antipsicotico si basa innanzitutto sulla risposta del
paziente a trattamenti precedenti. In assenza di tale informazione, se il quadro
clinico è già prevalentemente di tipo deficitario (cioè,
se prevalgono i sintomi "negativi"), è opportuna la scelta di un antipsicotico
di seconda generazione.
Una precauzione da usare per tutti i farmaci antipsicotici disponibili, al
fine di evitare effetti collaterali precoci legati alla sensibilità individuale
e imprevedibili senza informazioni dettagliate sulla storia del paziente, è quella
di iniziare il trattamento con piccoli aumenti di dose giornalieri nella prima
settimana.
Si dicono stabilizzatori dell'umore i farmaci attivi nel trattamento
dell'episodio maniacale e nella prevenzione delle recidive (di nuovi
episodi) del disturbo bipolare.
Essi comprendono il litio ed alcuni farmaci usati anche come antiepilettici
(valproato, carbamazepina, lamotrigina, gabapentin, topiramato).
La risposta dei pazienti con disturbo bipolare al trattamento a lungo termine
con questi farmaci è molto variabile: in alcuni casi si ottiene la soppressione
completa degli episodi maniacali e depressivi; in altri soltanto una riduzione
della loro frequenza e/o intensità e/o durata; in altri casi ancora,
purtroppo, la risposta è modesta o assente.
Il farmaco di prima scelta rimane il litio. Nel paziente in trattamento con
questo farmaco, è prescritto il monitoraggio regolare dei livelli plasmatici,
allo scopo di prevenire l'insorgenza di effetti tossici. Anche alle dosi terapeutiche,
il litio induce abbastanza frequentemente effetti indesiderati (di cui i più comuni
sono l'aumento della diuresi e della sete, il tremore e l'aumento di peso).
I più comuni effetti indesiderati degli altri stabilizzatori dell'umore
sono per il valproato disturbi gastrointestinali e tremore; per la carbamazepina
astenia, nausea, vertigini, mal di testa; per la lamotrigina vertigini, disturbi
del sonno ed eruzioni cutanee; per il gabapentin sonnolenza, vertigini ed astenia;
per il topiramato vertigini, tremore e disturbi dell'eloquio.
La fobia specifica è caratterizzata da una paura intensa ed irrazionale
di particolari oggetti, animali o situazioni (stimoli fobici), la cui
presenza determina invariabilmente una risposta ansiosa, mista a sentimenti
di repulsione e disgusto. Si ha la consapevolezza che il pericolo è minimo
o inesistente, ma ciò non riduce la paura. Il solo pensiero di
un possibile contatto con la situazione o con l'oggetto fobico scatena
una risposta ansiosa.
Le fobie più comuni sono quelle per animali (topi, cani, gatti, insetti,
ragni); per ambienti naturali (altezze, temporali, acqua); per situazioni (aeroplani,
luoghi chiusi, ascensori); per sangue, iniezioni e ferite. Ve ne sono poi altre,
quali la paura di vomitare, di soffocare e di contrarre una malattia.
Gli stimoli alla base delle fobie hanno in genere un'origine ancestrale legata
alla sopravvivenza, cioè gli uomini sono predisposti a sviluppare paure
ed evitamento verso oggetti e situazioni potenzialmente pericolosi
per la specie. Di qui la fobia per serpenti, ragni, felini, ecc.. Spesso la
fobia specifica può essere riconducibile a precedenti esperienze traumatiche
(essere stati aggrediti da animali o essere rimasti chiusi in un ascensore).
La fobia va distinta dal disturbo di panico (nel quale le condotte di evitamento sono
mirate alle situazioni in cui è difficile ricevere aiuto), dal disturbo
ossessivo-compulsivo (in cui l'evitamento è collegato alle idee ossessive)
e dalla fobia sociale (in cui a scatenare l'ansia sono le situazioni in cui
si può essere esposti al giudizio degli altri).
Dal punto di vista terapeutico, la fobia specifica risponde positivamente alla
terapia comportamentale, basata sulla esposizione progressiva alle situazioni
temute.
In questa condizione l'ansia, talmente intensa da divenire invalidante,
si presenta nelle situazioni nelle quali si è esposti al giudizio
degli altri, che vengono evitate per il timore di apparire imbarazzati,
goffi, ridicoli o di agire in modo umiliante.
Anche se assomiglia ad una timidezza esagerata, la FS è qualitativamente
differente. Una persona timida può provare tensione prima e durante
le situazioni di socialità, ma è in grado di percepire negli
altri un'accettazione positiva. Al contrario, un soggetto con fobia sociale è incapace
di cogliere segnali positivi dal prossimo e si sentirà comunque deriso
o rifiutato.
Questo disturbo può compromettere in modo significativo l'adattamento
relazionale, lavorativo e sociale. Se si è affetti da fobia sociale,
oltre a presentare una eccessiva sensibilità al giudizio altrui, si
ha una bassa autostima, una percezione negativa degli altri (vissuti come critici
e disapprovanti), e si tende a divenire ansiosi anche solo immaginando la situazione
temuta (ansia anticipatoria).
La paura, eccessiva o irragionevole, risulta incontrollabile e le situazioni
sociali o prestazionali temute sono sopportate con intensa ansia o disagio.
Le manifestazioni sono rossore al volto, sudorazione, palpitazioni, vertigini,
tremori, che creano gravi difficoltà sul piano relazionale e socio-lavorativo,
ed innescano condotte di evitamento.
Le circostanze più temute nella fobia sociale sono: telefonare, mangiare
o bere in pubblico, prendere la parola o svolgere attività di fronte
ad un pubblico, lavorare o scrivere quando si è osservati, urinare nei
bagni pubblici, entrare in una stanza quando tutti sono già seduti,
sostenere un esame, esprimere disaccordo a persone poco conosciute, presentare
una relazione ad un gruppo di persone, tentare di conoscere qualcuno e partecipare
ad incontri di piccoli gruppi.
La FS può essere specifica (riferita ad una singola situazione temuta
ed evitata) e generalizzata (estesa ad ogni situazione sociale che comporti
prestazioni pubbliche o che preveda interazioni con altri).
Spesso la FS si associa ad abuso di sostanze o alcool, messo in atto a scopo
autoterapico nel tentativo di alleviare l'ansia per le situazioni temute.
Una corretta diagnosi ed un trattamento specifico sono spesso ostacolati dal
fatto che la persona non si rende conto di presentare un disturbo mentale trattabile
e non richiede cure.
Il trattamento si avvale sia di farmaci, come gli inibitori delle monoamino-ossidasi
(fenelzina), i beta-bloccanti (atenololo), gli inibitori selettivi della ricaptazione
della serotonina (paroxetina, fluvoxamina, citalopram), le benzodiazepine (alprazolam
e clonazepam) e gli antidepressivi triciclici, sia di un approccio psicoterapico
comportamentale, con tecniche quali la "desensibilizzazione sistematica" e
il "social skills training", volte alla riorganizzazione cognitiva e all'orientamento
della persona nei confronti dei propri disturbi.
Si tratta per lo più di sostanze volatili (colle, propellenti
di bombole spray, benzina) che producono vapori dotati di effetti sulla
psiche. Per il loro bassissimo costo, vengono utilizzati dai giovani
dei quartieri poveri delle metropoli. Hanno effetti psicostimolanti e
allucinogeni. Il rischio principale nell'assunzione acuta é rappresentato
da aritmie cardiache potenzialmente letali. L'assunzione cronica conduce
prevalentemente a irritazione delle mucose aeree e digestive, ma gli
effetti possono esprimersi anche a livello viscerale, con dolore addominale
diffuso, danno renale, turbe generalizzate del metabolismo.
Il trattamento di queste forme di abuso, al di fuori delle condizioni di emergenza,
appare di interesse prevalentemente psicosociale, poiché l'abuso sembra
favorito da situazioni di disagio sociale in soggetti con capacità critica
ridotta, quali bambini e adolescenti. Talvolta la spinta all'uso deriva da
una patologia mentale associata (disturbi dell'umore o d'ansia), che necessita
di trattamento specifico.
Il processo di radicale cambiamento avvenuto negli anni 60 e 70 in campo
psichiatrico è stato recepito dalla legge 180 del
1978, successivamente accolta nell'ambito della legge 833/78, istitutiva
del Servizio Sanitario Nazionale. Essa ha sancito sul piano legislativo
il passaggio da un' organizzazione di assistenza fondata sull'ospedale
psichiatrico ad un'organizzazione più complessa di tipo territoriale.
La nuova normativa inserisce la psichiatria nell'ambito sanitario e permette
ai ricoverati di conservare tutti i diritti politici e civili anche nel caso
di trattamento sanitario obbligatorio (TSO).
In termini organizzativi, tale insieme di nuove norme ha affermato la centralità dell'intervento
a livello dei servizi psichiatrici territoriali (centri di salute mentale);
ha sancito l'abolizione e la chiusura degli ospedali psichiatrici; ha collocato
le strutture psichiatriche di ricovero negli ospedali generali con l'istituzione
dei servizi psichiatrici di diagnosi e cura (SPDC); ha caratterizzato gli interventi
obbligatori come provvedimenti eccezionali e di breve durata, autorizzandoli
per esigenze terapeutiche urgenti non affrontabili in alcun altro modo.
La malattia di Alzheimer è una malattia degenerativa del cervello
che si manifesta principalmente con un disturbo della memoria, comporta
un progressivo decadimento cognitivo (demenza) ed una
conseguente difficoltà, fino all'impossibilità, di svolgere
le comuni attività quotidiane, con una grave riduzione dell'autonomia
personale.
Si tratta della più frequente forma di demenza nei paesi occidentali
(circa il 60% di tutti i casi). Il rischio di sviluppare la malattia aumenta
costantemente con l'età: essa infatti colpisce circa il 5% delle persone
oltre i 65 anni, ma raggiunge il 20-40% dopo gli 85 anni. Meno dell'1% degli
individui al di sotto dei 65 anni ne risulta affetto; tuttavia esiste una piccola
percentuale di soggetti che sviluppa la malattia fra i 30 e i 50 anni. Queste
ultime forme sono dette ad esordio precoce e sono determinate dalla
presenza di mutazioni in alcuni geni. In questi soggetti e nelle loro famiglie
la malattia ha una chiara ereditarietà dominante, ma si tratta di casi
molto rari. In un maggior numero di casi si riscontra una certa predisposizione
genetica, testimoniata dalla presenza di qualche altro familiare, anche lontano,
colpito dalla malattia. Sono stati individuati alcuni geni (ad esempio apolipoproteina
E nella sua forma E 4) che aumentano il rischio di malattia.
La malattia è stata descritta per la prima volta nel 1907 dal
medico tedesco Alois Alzheimer, che illustrò la presenza delle
tipiche lesioni (placche senili e gomitoli neurofibrillari) nel cervello
di una donna di 51 anni affetta da demenza progressiva. Su questi indicatori
della malattia si è sviluppata la ricerca nel corso degli ultimi
15 anni.
Oggi nessuno sa ancora esattamente quale sia la causa della malattia di Alzheimer,
ma sono stati fatti passi importanti nella conoscenza dei fattori più importanti
che contribuiscono al suo esordio. Entrambe le lesioni che si riscontrano nel
cervello (placche e gomitoli) sono costituite da proteine anormali che si depositano
dentro e fuori le cellule nervose, provocandone la morte e quindi determinando
il malfunzionamento del cervello. Una di queste proteine, conosciuta come beta-amiloide,
poiché la sua struttura al microscopio ricorda quella dell'amido, viene
ritenuta una delle cause principali del danno alle cellule nervose. E' per
questo che la ricerca più avanzata sta cercando di individuare nuove
molecole in grado di inibire la formazione di beta-amiloide, o di impedire
che questa proteina si depositi nel cervello e danneggi le cellule nervose.
I soggetti affetti dalla malattia hanno un declino delle funzioni cognitive
ed alterazioni del comportamento. I sintomi iniziali sono spesso attribuiti
all'invecchiamento, allo stress oppure a depressione. L'anziano può presentare
modificazioni del carattere, essere meno interessato ai propri hobby
o al proprio lavoro, oppure essere ripetitivo. Talvolta l'inizio della
malattia è contrassegnato dalla sospettosità nei confronti
di altre persone, accusate di sottrarre oggetti o cose che il malato
non sa trovare. Spesso i familiari tendono ad attribuire ad un evento
(un trauma o un intervento chirurgico) la causa della malattia. In realtà queste
evenienze costituiscono eventi stressanti che rendono evidente e manifesta
una malattia cerebrale già presente. Nella maggioranza dei casi,
solo a distanza di 1-2 anni dall'esordio della malattia il disturbo della
memoria è tale che i familiari ricorrono all'aiuto di uno specialista.
Ci sono dei segnali premonitori la cui presenza dovrebbe suggerire al soggetto
che li manifesta e ai familiari che li osservano la necessità di una
visita dal medico di fiducia:
Perdita di memoria che influenza le capacità lavorative.
E' normale che ci si dimentichi di una scadenza sul lavoro o del nome di
un collega, ma se la comparsa di questi episodi diventa frequente o se si
manifesta un'inspiegabile confusione a casa o sul posto di lavoro bisogna
rivolgersi al medico.
Difficoltà nello svolgere compiti comuni.
Le persone impegnate si distraggono di tanto in tanto, possono dimenticare
qualcosa sui fornelli o di servire un cibo in tavola. I pazienti con malattia
di Alzheimer preparano il pasto, e si dimenticano non solo di servirlo, ma
anche di averlo fatto.
Problemi di linguaggio. Tutti hanno talvolta
problemi nel trovare la parola giusta, ma una persona con Alzheimer può dimenticarsi
delle parole semplici o sostituirle con parole inappropriate rendendo la
frase difficile da comprendere.
Disorientamento nel tempo e nello spazio. E'
normale dimenticarsi brevemente del giorno della settimana o di quello di
cui si ha bisogno dopo essere entrati in un negozio, ma le persone con malattia
di Alzheimer possono perdersi nella via in cui abitano senza sapere dove
sono, come ci sono arrivati e come tornare a casa.
Alterazione della capacità di giudizio.
Dimenticarsi di portare un maglione o una giacca in una serata fredda è un
errore comune. Il malato di Alzheimer si veste in modo più chiaramente
inappropriato: ad esempio, usando un accappatoio per andare a fare la spesa
o diversi indumenti pesanti uno sull'altro in un giorno d'estate.
Problemi con il pensiero astratto. Fare calcoli
su un estratto conto può essere un'operazione complessa per molti
anziani, per il malato di Alzheimer diventa impossibile anche riconoscere
i numeri e fare semplici conti.
Perdere le cose. Tutti qualche volta abbiamo
perso il portafoglio o le chiavi dell'auto. Un malato di Alzheimer può mettere
questo tipo di oggetti in posti inappropriati: ad esempio un ferro da stiro
nel freezer o l'orologio nel contenitore dello zucchero, e poi non ricordare
di averceli messi.
Alterazioni nell'umore e nel comportamento.
I malati di Alzheimer esibiscono cambiamenti di umore improvvisi senza una
ragione apparente.
Cambiamento di personalità. La personalità di
un individuo può cambiare con l'età, ma un soggetto con Alzheimer
cambia in modo molto marcato e talvolta improvvisamente. Così, una
persona normalmente tranquilla e rilassata può diventare aggressiva,
sospettosa o paurosa.
Perdita di iniziativa. E' normale essere stanchi
del lavoro domestico, del lavoro d'ufficio o di obbligazioni sociali, ma
molte persone anziane continuano a coltivare i propri interessi. La persona
con Alzheimer diventa disinteressata e non cerca il coinvolgimento in quelle
attività che di solito la interessavano.
Oggi non esiste un singolo test diagnostico che permetta di identificare una
persona affetta dal morbo di Alzheimer. I metodi clinici standard includono
una combinazione di analisi cliniche e neuropsicologiche con l'aiuto del paziente
e di chi lo assiste. Vi sono strumenti a disposizione dei medici che permettono
di porre una diagnosi clinica accurata al 90%. Il processo diagnostico prevede
per primo l'intervento del medico di famiglia e poi quello di uno specialista,
neurologo o psichiatra. La valutazione delle funzioni cognitive mediante test
può aiutare a distinguere la demenza dalla depressione e fornisce un
bilancio preciso delle capacità intellettive del malato. La TAC o la
risonanza magnetica cerebrale permettono di escludere altre cause di demenza
(lesioni vascolari, tumori, ecc.). In singoli casi possono essere utili altri
esami a giudizio dello specialista.
La malattia ha un decorso progressivo. La durata media è circa 10 anni,
ma presenta una notevole variabilità individuale (dai 2 ai 20 anni).
Si è detto in precedenza che tra le cause riconosciute dello
sviluppo della malattia di Alzheimer vi è l'accumulo di proteine
anomale nel cervello, tra cui la beta-amiloide, e lo studio di queste
proteine rappresenta il futuro bersaglio della ricerca farmacologica
per una più efficace terapia. Da tempo, però, è noto
che nella malattia di Alzheimer qualcosa causa il cattivo funzionamento
della comunicazione tra le cellule nervose: le ricerche hanno dimostrato
che non c'è sufficiente acetilcolina nel cervello. Perciò,
inibendo l'enzima che distrugge normalmente l'acetilcolina, chiamato
acetilcolinesterasi, gli scienziati sperano di mantenere nel cervello
una più elevata concentrazione della sostanza e di migliorare
la memoria aumentando la comunicazione tra le cellule nervose.
I farmaci inibitori dell'acetilcolinesterasi possono migliorare
la comunicazione tra le cellule nervose, ma purtroppo non sembrano impedire
la morte delle cellule, né rallentare significativamente o arrestare
il decorso della malattia. Nell'attesa che vengano sviluppati farmaci che proteggano
o riparino le cellule nervose danneggiate, essi forniscono, comunque, un primo
aiuto per migliorare alcuni sintomi della malattia di Alzheimer.
Due di questi farmaci, il donepezil e la rivastigmina, sono stati approvati
dalle autorità regolatorie italiane per il trattamento della malattia
di Alzheimer in fase lieve o moderata. Altri (galantamina) stanno per essere
messi in commercio.
Gli effetti collaterali più comuni di questi farmaci sono diarrea, nausea,
vomito, insonnia, affaticamento, mancanza di appetito. Nella maggior parte
dei casi questi effetti diminuiscono o scompaiono con l'uso continuo.
Non tutti i pazienti beneficiano degli effetti positivi di questi farmaci,
ma purtroppo non si è ancora in grado di stabilire se un paziente risponderà alla
terapia oppure no.
Va detto con forza che non esistono farmaci miracolosi per la cura della malattia
di Alzheimer, come purtroppo spesso viene riportato dai giornali e specialmente
su Internet. Vi sono prodotti che vengono presentati come cure efficaci e addirittura
in grado di prevenire la malattia. Molti di questi prodotti sono di origine
vegetale e spesso vengono propagandati come sicuri, ma è importante
sottolineare che nella maggior parte dei casi non esiste una sufficiente evidenza
scientifica sulla loro efficacia e tollerabilità.
Nella malattia di Alzheimer il danno al cervello determina il manifestarsi
di sintomi come ansia, aggressività, comportamenti sospettosi,
allucinazioni, insonnia. Questi problemi comportamentali spesso causano
disagio sia nel paziente sia nelle persone che ne hanno cura. Se questi
sintomi si manifestano, il medico dovrebbe innanzitutto cercare di stabilire
se essi derivano da una situazione di malessere che il malato non riesce
ad esprimere (effetti collaterali dei farmaci, infezioni, disidratazione,
alterazione della vista o dell'udito). Quando queste cause sono state
escluse, esiste la possibilità di intervenire con tecniche non
farmacologiche e con farmaci specifici come gli ansiolitici, gli antidepressivi
o gli antipsicotici atipici, tutti trattamenti che richiedono una particolare
sensibilità e attenzione da parte del medico curante.
Va sottolineata la necessità di formare i familiari che
assistono il malato di Alzheimer. Essi sono depositari di informazioni
importanti e sono coloro che meglio possono cogliere le piccole variazioni
indotte dal progredire della malattia e dagli interventi terapeutici.
In questo senso un grande sforzo assistenziale ed educativo viene attuato
oggi dalle associazioni dei familiari.
L'avvenuto passaggio dall'ottica custodialistica ad una visione più moderna
dell'assistenza psichiatrica, centrata sulla copresenza di interventi
preventivi, curativi e riabilitativi, ha trovato definitiva conferma
nel Progetto Obiettivo "Tutela della salute mentale" emanato
per il triennio 1994-96 (G.U. n. 93 del 22/4/1994). Questo Progetto Obiettivo
indica come prioritaria la costruzione in tutte le aziende sanitarie
locali (ASL) del dipartimento di salute mentale (DSM).
Le strutture costitutive del Dipartimento di Salute Mentale (DSM) sono:
Il centro di salute mentale è la
sede di elaborazione del progetto terapeutico. In esso lavora una équipe
multiprofessionale, che svolge attività integrate di prevenzione,
cura e riabilitazione: valutazione delle richieste che giungono da utenti,
familiari, servizi sociali e medici di medicina generale; filtro e prevenzione
dei ricoveri psichiatrici; visite ambulatoriali e domiciliari; colloqui
di supporto psicologico; psicoterapie individuali e di gruppo; terapie
psicofarmacologiche; attività di sostegno infermieristico; attività riabilitative
e risocializzanti; interventi socio-assistenziali per gli utenti in carico;
proposte di ricovero nei servizi psichiatrici di diagnosi e cura e nelle
altre stutture convenzionate; attività di filtro e di invio ad
altri servizi specialistici, e a strutture semi-residenziali, riabilitative
e residenziali del DSM o convenzionate; consulenze specialistiche a istituti
o altri servizi, sia territoriali sia ospedalieri; collaborazione con
enti preposti alla tutela della salute mentale dei minori a rischio.
Nella maggioranza dei casi il centro di salute mentale è aperto
al pubblico nei giorni feriali per 8-12 ore. A volte dispone di posti
letto per situazioni di crisi o attività extraospedaliere di risposta
all'emergenza, con orari di apertura più ampi.
Il servizio psichiatrico di diagnosi e cura è collocato
in un ospedale generale. Esso accoglie pazienti per i quali si rende necessario
il ricovero, sia in forma volontaria (largamente prevalente) sia in regime
di TSO. Durante il ricovero vengono impostate terapie farmacologiche; sono
effettuati accertamenti internistici; viene valutata, con la collaborazione
del personale del centro di salute mentale, la situazione personale e relazionale
del paziente. Sono possibili interventi psicoterapeutici, sulle famiglie e
di tipo socio-assistenziale.
Il day hospital rappresenta uno spazio di assistenza
semiresidenziale per prestazioni diagnostiche e terapeutico-riabilitative a
breve termine. E' collocato in strutture ospedaliere o esterne all'ospedale,
ma collegate con il centro di salute mentale. Può permettere di ridurre
la durata del ricovero e/o garantire l'effettuazione coordinata di accertamenti
diagnostici, nonché di avviare e monitorare interventi farmacologici
e psicoterapeutici-riabilitativi.
Il centro diurno è una struttura semiresidenziale
con funzione terapeutico-riabilitativa, aperta almeno 8 ore al giorno per 6
giorni alla settimana. Dispone di locali idonei ed attrezzati, si avvale di
una propria équipe ed eventualmente degli operatori di cooperative sociali
e delle organizzazioni del volontariato. I suoi compiti sono volti a consentire
lo sviluppo, nell'ambito di progetti terapeutico-riabilitativi, di abilità personali
nella cura di sé e nelle attività quotidiane che si fondano sulle
relazioni interpersonali.
Le strutture residenziali rappresentano uno strumento
essenziale del DSM per attuare il definitivo superamento degli ospedali psichiatrici
e fornire una adeguata assistenza ai pazienti più gravi. Le esperienze
finora realizzate sono diverse e non riconducibili ad uno unico modello. Sorte
all'inizio per favorire il reinserimento nel territorio (quindi in case di
normale abitazione) dei pazienti dimessi dagli ospedali psichiatrici, successivamente
la loro apertura ha rappresentato la risposta alla crescente necessità di
offrire un contesto abitativo soddisfacente a quei pazienti gravi che non possono
vivere da soli o nelle famiglie di origine e che necessitano di una assistenza
continuativa.
Il Progetto Obiettivo precisa che le strutture residenziali devono essere considerate
non soluzioni abitative definitive, ma spazi privilegiati per realizzare programmi
riabilitativi individualizzati. Lo standard previsto è di un posto letto
ogni 10.000 abitanti, con la possibilità di un posto letto aggiuntivo
per specifiche situazioni locali, condizionate dalla chiusura degli ospedali
psichiatrici.
Il nuovo Progetto Obiettivo per la Salute Mentale "Tutela della
salute mentale" 1998-2000 contiene obiettivi specifici di salute
da perseguire anche oltre il suo triennio di validità nominale.
L'assetto delle strutture delineato dal precedente Progetto Obiettivo viene
confermato. Le motivazioni per un nuovo Progetto Obiettivo non dipendono quindi
dalla necessità di ulteriori cambiamenti nell'organizzazione delle strutture
che si occupano di salute mentale, bensì dalla definizione di più incisivi
interventi sul piano programmatico, per definire in modo specifico la "missione" del
DSM.
Il nuovo Progetto Obiettivo individua infatti gli obiettivi specifici del settore,
completando quanto enunciato nel piano sanitario nazionale ed evidenziando
gli interventi prioritari, le politiche e i programmi di salute mentale.
Fermo restando il compito di tutelare, in ogni sua forma, la salute mentale
di tutti i cittadini, è obiettivo prioritario, in accordo con il piano
sanitario nazionale, assicurare la presa in carico e la risposta ai bisogni
delle persone affette da disturbi mentali gravi, che presentano disabilità tali
da comprometterne l'autonomia e l'esercizio dei diritti di cittadinanza. A
tale fine dovranno essere definiti e realizzati progetti che ricostruiscano
il tessuto relazionale, sociale ed affettivo di queste persone, tramite interventi
volti all'attivazione massima delle risorse.
A tale fine sono necessari, da parte dei servizi di salute mentale:
E' opportuno, inoltre, che i servizi differenzino la propria attività clinica
fornendo assistenza anche alle persone affette da disturbi meno gravi.
Con questo nome si indica una classe di farmaci che agiscono sul sistema
nervoso. Esistono diversi tipi di psicofarmaci che, a seconda del loro
effetto terapeutico, vengono chiamati ansiolitici (o
tranquillanti minori) (vedi) antidepressivi (vedi) e antipsicotici (o
neurolettici o tranquillanti maggiori) (vedi). A questi
possiamo aggiungere il litio come rappresentante dei composti utilizzati
come stabilizzanti dell'umore (vedi).
Come riescono questi farmaci a diminuire l'ansia, l'angoscia o l'eccitazione?
A questa domanda è difficile rispondere. Quello che oggi è noto è che
tutti gli psicofarmaci agiscono modulando la comunicazione tra le cellule del
sistema nervoso. In particolare, essi modificano i livelli delle sostanze che
permettono alle cellule di comunicare tra loro, oppure modificano la sensibilità delle
cellule a queste sostanze. Questi effetti sono reversibili, cioè, nel
momento in cui si smette di assumere un determinato farmaco, cessa anche la
modulazione della comunicazione e dell'attività cellulare.
Gli psicofarmaci, come tutte le altre classi di farmaci, si studiano
in laboratorio in una prima fase e nella pratica clinica successivamente.
In laboratorio si mette in evidenza il meccanismo d'azione del composto,
cioè dove e come esso agisce per determinare un certo effetto.
Questi studi preliminari si effettuano prima in vitro, cioè in
provetta, e successivamente in vivo, cioè nell'animale
da esperimento. I test sull'animale sono essenziali per capire come il
farmaco si distribuisce nei vari tessuti ed organi e per osservare se
esso induce particolari effetti, positivi o negativi, che le analisi
in provetta non avevano evidenziato. Solamente dopo aver superato questa
prima fase si passa allo studio nell'uomo. Inizialmente si valuta, nei
volontari sani prima e nei pazienti poi, quali sono i dosaggi e le modalità di
somministrazione migliori, nonché le reazioni dell'organismo al
nuovo composto.
A questo punto bisogna rispondere ad una domanda cruciale: questo nuovo farmaco è utile
nella pratica clinica di tutti i giorni? E' efficace nelle persone che soffrono
di un particolare disturbo? Per esempio, se si tratta di un farmaco per aiutare
a prendere sonno, bisogna capire se è migliore, cioè più efficace,
di quello vecchio che abbiamo già a disposizione. Si procede in questo
modo: si seleziona un gruppo di persone che soffrono di insonnia e ad una metà viene
somministrato il farmaco vecchio, all'altra metà quello nuovo. L'attribuzione
delle persone al composto vecchio o nuovo avviene casualmente. A questo punto
si seguono i due gruppi di persone nel tempo, valutando, ad esempio dopo un
mese, quante persone dormono bene e quante hanno avuto dei disturbi, cioè degli
effetti collaterali. Si può, dunque, fare un "bilancio" degli effetti
del nuovo farmaco rispetto a quello vecchio, tenendo conto sia dell'efficacia
sia degli effetti collaterali. In questo modo si può arrivare alla conclusione
che effettivamente il nuovo farmaco è più efficace di quello
vecchio, magari provoca anche meno effetti collaterali, e dunque deve essere
usato al posto del vecchio per chi ha problemi di insonnia.
Certamente no. Quando assumiamo un ansiolitico perché la sera
fatichiamo a prendere sonno togliamo un sintomo, l'insonnia appunto,
ma non il motivo per cui il sintomo è comparso, ad esempio una
giornata particolarmente faticosa e stressante. Così, se anche
il giorno successivo sarà faticoso e stressante è possibile
che l'insonnia si ripresenti. Questo porta ad una regola generale molto
importante: tutti gli psicofarmaci posseggono un'azione sintomatica,
sono in grado cioè di colpire alcuni sintomi, quali l'ansia, l'insonnia,
l'angoscia o l'umore depresso, però non sono in grado di eliminare
i motivi per cui questi sintomi sono comparsi. Questo modo di considerare
gli psicofarmaci non vuole dire che essi sono poco utili; al contrario, è importantissimo
avere qualcosa per dormire se siamo sempre svegli o qualcosa che ci tolga
l'angoscia se ne siamo preda. Tuttavia, esso pone l'accento sul fatto
che è un errore considerare gli psicofarmaci come l'unico intervento
terapeutico a disposizione. Dobbiamo sempre chiederci: che cosa stiamo
facendo per stare meglio, oltre a prendere dei farmaci che ci aiutano
a diminuire i sintomi? Tornando all'esempio del sonno, se, oltre a prendere
per alcuni giorni un ansiolitico, imparassimo ad organizzare la nostra
giornata lavorativa in maniera più razionale e meno caotica, alla
sera saremmo meno stressati e riusciremmo a dormire più facilmente.
Questo è lo sforzo che tutti dobbiamo compiere per riuscire a
vivere meglio e con meno angosce. Contemporaneamente, l'impegno del mondo
della ricerca è rivolto a sviluppare farmaci in grado di colpire
con precisione sempre maggiore i meccanismi coinvolti nella genesi dei
disturbi.
Altra conseguenza importante dell'effetto sintomatico degli psicofarmaci è l'inutilità dell'assunzione
contemporanea di più farmaci appartenenti alla stessa classe. Esistono,
infatti, tanti antidepressivi, ansiolitici e antipsicotici, ma è irrazionale
assumerne due contemporaneamente, poiché l'effetto sintomatico è sempre
lo stesso per tutti i farmaci all'interno di ogni classe. Associare due o più farmaci
della stessa classe non porta ad alcun vantaggio, ma espone l'individuo ad
un maggior rischio di insorgenza di effetti collaterali. Questa è la
regola generale, che prevede alcune eccezioni in casi particolari: se per esempio
si sta passando da un farmaco ad un altro inevitabilmente esiste un periodo
in cui si assumono entrambi.
Se tutti gli ansiolitici, gli antidepressivi e gli antipsicotici posseggono
lo stesso effetto, qual'è il criterio corretto nella scelta del
farmaco? Ne esistono alcuni di buon senso comune, il più importante
dei quali riguarda il profilo degli effetti collaterali, che non è lo
stesso per i vari farmaci a disposizione. Nel caso di assunzione di un
antidepressivo in persone molto agitate, tese, ansiose e con problemi
di insonnia, è opportuno sceglierne uno con profilo sedativo;
invece, nel caso di persona con eccessiva sonnolenza, rallentamento psicomotorio
e stanchezza è più indicato un antidepressivo meno sedativo.
Un altro criterio riguarda la storia personale: se una persona, in passato, è migliorata
sensibilmente utilizzando un determinato farmaco, è opportuno
somministrarlo di nuovo al ripetersi dei sintomi. Infine, la scelta del
farmaco deve tenere in considerazione eventuali malattie fisiche ed eventuali
altri farmaci assunti, data la possibilità di interazioni farmacologiche
nel caso dell'assunzione contemporanea di più farmaci.
Purtroppo sì. L'uso di tutti i farmaci dovrebbe sempre essere
il risultato di un attento bilancio sia dei possibili effetti benefici
e positivi (riduzione dei sintomi), sia del rischio di effetti indesiderati;
che si possono manifestare non solo immediatamente, ma anche dopo mesi
o addirittura anni dall'assunzione. Bisogna, dunque, essere molto cauti
nell'esprimere giudizi troppo ottimistici sui nuovi farmaci che continuano
ad essere introdotti nel mercato: questi composti, proprio per il fatto
di essere nuovi, non sono conosciuti quanto quelli vecchi, usati da molte
persone per molti anni. E i farmaci non ben conosciuti sono rischiosi.
A questo proposito vale la pena ricordare la "strana storia" di un farmaco
antipsicotico oggigiorno molto utilizzato, la clozapina. Nel 1958 fu riconosciuto
potenzialmente utile come antipsicotico. Il meccanismo d'azione viene studiato
prima in vitro, in provetta, poi, nel 1961 in Svizzera, si effettua
il primo studio clinico in un gruppo di 34 soggetti che non rispondevano al
trattamento con i vecchi antipsicotici. I risultati sono incoraggianti, e questo
stimola studi successivi che confermano ulteriormente una buona efficacia e
minori effetti collaterali rispetto ai vecchi farmaci. La clozapina viene quindi
introdotta nel mercato di molti Paesi. Nel 1975, tuttavia, dopo la commercializzazione
in Finlandia, si verificarono 16 casi, sei dei quali letali, di progressiva
diminuzione dei globuli bianchi nel sangue di persone che assumevano la clozapina.
Fino a quel momento, nessuno aveva notato che la clozapina poteva provocare
questo effetto collaterale. Dopo queste segnalazioni, il farmaco fu ritirato
dal commercio in molti Paesi. Negli anni successivi altri studi, i quali hanno
confermato che per la clozapina il rischio di diminuzione dei globuli bianchi è effettivamente
maggiore rispetto agli altri antipsicotici; tuttavia, controllando periodicamente
i valori ematici dei globuli bianchi, il rischio stesso può essere tenuto
sotto controllo. Negli anni '90 la clozapina è stata reintrodotta in
molti mercati in quanto efficace, con l'obbligo però di controllare
i valori dei globuli bianchi settimanalmente per i primi 40 giorni di trattamento
e successivamente ogni mese.
Nonostante praticamente tutti gli psicofarmaci possano provocare effetti
collaterali, nella maggioranza dei casi questi sono reversibili, cioè cessano
alla sospensione del trattamento. Un'eccezione è rappresentata
dalla discinesia tardiva, effetto collaterale in genere
conseguente al trattamento protratto per anni con farmaci antipsicotici
di prima generazione. Si manifesta con contrazioni della muscolatura
della lingua e della bocca e dei muscoli masticatori. L'importanza di
questo effetto collaterale sta nel fatto che, per ogni 100 persone che
ne sono colpite, 30 continuano a manifestarne i sintomi anche dopo la
sospensione del trattamento.
Molto spesso l'avversione nei confronti dell'uso degli psicofarmaci
dipende dalla convinzione che si tratti di droghe, cioè farmaci
di cui, una volta iniziato l'uso, non si riesce più a fare a meno.
Inoltre, spesso si ritiene che possano danneggiare irrimediabilmente
il "cervello". Entrambe queste affermazioni sono scorrette. Infatti,
l'effetto degli psicofarmaci sulla trasmissione cellulare nel sistema
nervoso è reversibile, cioè cessa alla sospensione del
trattamento. E questo senza lasciare conseguenze irreversibili. Pertanto,
alla luce delle conoscenze scientifiche attualmente a disposizione, si
può tranquillamente affermare che gli psicofarmaci non danneggiano
il nostro sistema nervoso, cioè il cervello. Rispetto al timore,
una volta iniziato il trattamento, di non essere più in grado
di interromperlo, cioè di sviluppare dipendenza, il problema si
pone soltanto per i tranquillanti minori, gli ansiolitici. E per due
ragioni: innanzitutto sono farmaci a cui ci si "affeziona", poiché,
eliminano sintomi fastidiosi come l'insonnia, l'ansia e la tensione,
e diventa faticoso interrompere il trattamento; in secondo luogo la sospensione
brusca della terapia provoca una sintomatologia caratterizzata da ansia,
irritabilità, nervosismo, insonnia e talvolta agitazione psicomotoria.
Nonostante tutte queste informazioni siano note da tempo, la frequenza d'uso
degli ansiolitici continua ad essere importante, spesso prolungata,
sia nella popolazione generale che negli anziani. Su 100 soggetti in carico
alla medicina generale ve ne sono 10 che assumono ansiolitici, e di questi
5 sono utilizzatori cronici. Ogni 100 anziani, 20 utilizzano questi farmaci.
Le variabili che si associano all'uso sono l'età avanzata, il sesso
femminile e l'insonnia. In altre parole, tutte le volte che il medico di medicina
generale prescrive un farmaco per dormire ad una persona anziana esiste un
rischio non trascurabile che l'assunzione del farmaco si protragga per più di
un anno. Per questo motivo, l'utilizzo di ansiolitici dovrebbe essere sempre
ben valutato e discusso con il proprio medico di famiglia; il rischio che si
corre è di continuare a prendere dei farmaci non tanto perché i
sintomi persistano, quanto per il timore che l'interruzione possa causare effetti
indesiderati.
La maggior parte delle persone ha la convinzione che la schizofrenia
sia una malattia rara ed incurabile. Entrambe queste opinioni sono ingiustificate.
Infatti, la schizofrenia colpisce una persona su duecento, in tutto il
mondo, in qualsiasi classe sociale, pertanto non è un disturbo
causato dall'emarginazione o dal disagio sociale. Ciò significa
che in Italia vi sono circa 245.000 persone che soffrono di questo disturbo
e appartengono a tutte le classi sociali.
Secondo i dati riportati dall'Organizzazione Mondiale della Sanità,
circa un terzo delle persone che si ammalano di schizofrenia guarisce, tornando
a svolgere la vita precedente alla crisi, senza ulteriori ricadute. Un terzo
guarisce con difetto, cioè deve continuare a prendere farmaci e ha una
riduzione del rendimento sul lavoro e nella qualità della vita sociale.
Un terzo infine evolve verso la cronicità, quindi ha serie difficoltà a
lavorare e a mantenere una rete di relazioni sociali al di fuori della propria
famiglia e dell'ambiente sanitario.
La malattia si manifesta di solito in età giovanile, tra i 18
e i 28 anni. L'esordio può avvenire in modo brusco e improvviso,
oppure essere preceduto da un periodo di lunghezza variabile in cui la
persona si chiude in se stessa, appare sempre meno interessata al mondo
circostante, lascia senza motivo amici e relazioni sentimentali, perde
il lavoro o interrompe la scuola.
E' molto importante riuscire a fare una diagnosi precoce, perché il
trattamento farmacologico tempestivo e una rapida presa in carico possono influenzare
il decorso della malattia. In molti casi i primi sintomi sono difficili da
distinguere rispetto ad una "normale" crisi adolescenziale. Inoltre,
le persone non sono in grado di riconoscersi come malate: per loro, la realtà in
cui vivono è molto più certa di quella in cui siamo immersi noi.
La distinzione principale è tra sintomi "produttivi" e sintomi "negativi".
I primi comprendono deliri e allucinazioni, che non appartengono alle
esperienze normali; i secondi (appiattimento affettivo, anedonia, ritiro
sociale) esprimono l'assenza o la riduzione di un aspetto del funzionamento
mentale. In linea generale, si considera la prevalenza di sintomi "produttivi" come
un indicatore favorevole per l'andamento della malattia. Al contrario
di quanto si può immaginare, le crisi ad esordio brusco e con
presenza di sintomi imponenti sono più facilmente superabili di
quelle subdole e prolungate nel tempo.
I sintomi più comuni della malattia sono i seguenti:
Solo nei casi più gravi questi sintomi sono costantemente presenti
nel paziente. Molto più spesso, invece, si distinguono fasi acute,
in cui essi sono evidenti, e fasi di compenso, in cui sono sotto controllo
e l'individuo può condurre una vita più o meno normale.
In queste ultime fasi, la persona può mantenere un'eccessiva sensibilità agli
stimoli del mondo esterno, in particolare a quelli che possono creare
una situazione di confusione o di stress.
La maggior parte degli esperti ritiene che la schizofrenia non abbia
una causa unica, ma che siano necessari molti fattori per produrla.
Alcuni aspetti legati al corredo genetico o a traumi nel parto possono creare
nel soggetto una predisposizione (vulnerabilità) a sviluppare la malattia
se sottoposto a particolari situazioni di stress nel suo ambiente (situazioni
che richiedono un aumento delle prestazioni affettive e cognitive al limite
delle sue possibilità di sopportazione).
La schizofrenia non è causata da fatture, maledizioni o interventi magici.
Anche se per alcune persone il mondo della magia è reale quanto quello
della scienza, è necessario ribadire che la schizofrenia è una
malattia, che va curata dai medici e dagli specialisti. Il ricorso a maghi
e personaggi dell'occulto è uno spreco di denaro che può avere
conseguenze pericolose per il paziente, rinforzando i deliri e le allucinazioni.
L'uso di droghe non causa di per sé la schizofrenia, anche se può agire
come effetto scatenante. Le droghe più pericolose sono l'eroina, la
cocaina, l'LSD e in generale tutte le sostanze che hanno effetti allucinogeni.
Alcuni soggetti usano le droghe nei primi periodi della malattia, perché temporaneamente
possono avere un effetto calmante, ma in breve le loro conseguenze sono devastanti.
Le delusioni affettive (essere lasciati dal partner) o sociali (problemi durante
il servizio militare, perdita del lavoro,...), non sono la causa della malattia,
ma spesso rappresentano situazioni che in una persona già fragile e
predisposta possono scatenare la crisi, la classica "goccia che fa traboccare
il vaso".
Una componente centrale nel trattamento della schizofrenia è la
terapia farmacologica. I farmaci utilizzati da più di trent'anni
per il controllo dei disturbi della schizofrenia sono gli antipsicotici.
Nella pratica e nella ricerca è stata dimostrata l'efficacia di
questi farmaci sui sintomi "produttivi" (deliri, allucinazioni), mentre
finora non si sono ottenuti gli stessi risultati su quelli "negativi" (appiattimento
affettivo, anedonia, ritiro sociale). Circa il 25% dei pazienti, infatti,
risponde in maniera insoddisfacente.
Un discorso a parte meritano i cosiddetti antipsicotici atipici, che, oltre
ad agire sui sintomi "produttivi", migliorano anche quelli "negativi", e sono
meglio tollerati rispetto agli antipsicotici di prima generazione.
Nella schizofrenia sono utilizzate varie forme di psicoterapia, individuale
e di gruppo. Quelle di tipo cognitivo-comportamentale mirate ai deliri e alle
alluciniazioni hanno un'efficacia documentata dalla ricerca.
Gli interventi riabilitativi aiutano la persona a recuperare le capacità sociali
che si sono perse durante la malattia. Dopo la crisi, il paziente deve essere
aiutato a recuperare la capacità di spostarsi autonomamente, a riprendere
o trovare un lavoro che sia adatto alla sua attuale condizione, a recuperare
l'abitudine ad avere rapporti sociali, con amici o con l'altro sesso.
Un discorso particolare riguarda l'intervento psicoeducativo, che coinvolge
tutta la famiglia e che aiuta a trovare un modo di stare insieme, superando
le difficoltà del passato e creando un ambiente più sereno per
tutti.
Il trattamento della schizofrenia richiede spesso l'intervento di più figure
professionali tra loro coordinate. Pertanto è consigliabile il ricorso
ad una struttura, pubblica o privata, che possa garantire una presa in carico
articolata.
Nelle fasi acute, in molti casi è necessario il ricovero. In Italia
non esistendo più i manicomi, si tratta di ricovero sempre temporaneo,
spesso anche breve, presso reparti collocati in ospedali generali. Il trattamento
prosegue poi presso strutture (ambulatori, centri diurni, servizi di riabilitazione)
situate nel territorio.
Il problema della schizofrenia non può essere affrontato solo
dai servizi sanitari, né, tantomeno, dalle famiglie lasciate sole
nelle loro difficoltà. Un grande aiuto può essere fornito
da tutti quelli che, a vario titolo, sono in grado di essere vicini e
di condividere l'esperienza della malattia con il paziente e con i suoi
familiari: i parenti, gli amici e anche il volontariato sociale. Una
persona che soffre di schizofrenia è non solo un malato, ma anche
un individuo che patisce la solitudine, l'isolamento sociale, le difficoltà nel
rapporto con il resto del mondo: tutte situazioni spesso sperimentate
anche dalla sua famiglia. Per queste persone è fondamentale vivere
dei rapporti "naturali", con persone che non sono "costrette" a stare
con loro in quanto familiari o specialisti pagati per curare.
La cultura psichiatrica italiana ha avuto, negli ultimi vent'anni, una
profonda trasformazione, dalla quale è derivato un cambiamento
radicale dell'assistenza a livello organizzativo e legislativo. Per capire
meglio questa trasformazione è necessario ricordare un preciso
percorso storico relativo al trattamento dei pazienti psichiatrici, con
il passaggio da un intervento i cui obiettivi erano l'ordine pubblico
e il controllo sociale ad un intervento volto a promuovere tutte le necessarie
attività di prevenzione, cura e riabilitazione. I punti nodali
di questo percorso sono, da un lato il vecchio manicomio e dall'altro
il dipartimento di salute mentale.
Le leggi che hanno riformato l'assistenza psichiatrica in Italia hanno determinato
cambiamenti profondi e generalizzati. Sebbene molte controversie e discussioni
abbiano accompagnato in questi vent'anni la crescita del nuovo sistema di servizi
territoriali e il progressivo abbandono dell'ospedale psichiatrico, per le
persone affette da disturbi mentali il cambiamento è radicale: tornate
in possesso del pieno diritto di cittadinanza, oggi possono intraprendere percorsi
terapeutici, riabilitativi ed emancipativi all'interno dei loro contesti familiari
e sociali.
I dipartimenti di salute mentale sono presenti in tutte le regioni. I centri
di salute mentale territoriali, i centri diurni, i servizi di diagnosi e cura
in ospedale generale, le residenze comunitarie, i gruppi di convivenza sono
diffusi e si affiancano ad iniziative di inserimento lavorativo realizzate
soprattutto dalle cooperative sociali. Sono nate inoltre associazioni per la
salute mentale formate da utenti, familiari e cittadini.
Circa la disponibilità di strutture e di posti letto per gli utenti,
in Italia la situazione attuale è la seguente:
|
Strutture
|
Posti letto/utenti
|
|
|---|---|---|
| SPDC |
320
|
4.084
|
| Case di cura |
65
|
5.595
|
| Strutture residenziali |
1.341
|
17.343
|
| Day hospital |
257
|
942
|
| Imprese sociali |
433
|
3.942
|
| Centri diurni |
481
|
|
| Centri di salute mentale |
695
|
Riguardo agli operatori dei dipartimenti di salute mentale, in Italia
la situazione attuale è la seguente:
|
Numero
|
|
|---|---|
| Medici |
5.094
|
| Psicologi |
1.795
|
| Sociologi |
148
|
| Terapisti della riabilitazione |
138
|
| Educatori |
1.054
|
| Assistenti sociali |
1.544
|
| Infermieri professionali |
15.482
|
Pur tenendo conto che in psichiatria, come negli altri settori della
sanità, esistono disarmonie degli assetti operativi, disomogeneità,
diversità di investimenti da una regione all'altra,..., questi
dati indicano un impegno notevole di risorse umane e di strutture nel
territorio nazionale; impegno che certamente ha positiva influenza nel
miglioramento degli esiti delle cure.
SONO STATI UTILIZZATI I SEGUENTI CAPITOLI DEL FASCICOLO "SALUTE MENTALE.
CONTRO IL PREGIUDIZIO, IL CORAGGIO DELLE CURE"
1. Le depressioni
2. I disturbi d'ansia
3. La schizofrenia
4. Anoressia nervosa e bulimia nervosa
5. I disturbi da abuso di sostanze
6. La malattia di Alzheimer
7. Uso razionale degli psicofarmaci
8. I nuovi farmaci per i disturbi mentali